Cucchi, Viminale e Arma parte civile nel processo sui depistaggi

Martedì 21 Maggio 2019
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Cucchi, Viminale e Arma parte civile nel processo sui depistaggi

In realtà sono il presidente del Consiglio, il Viminale, il ministero della Difesa e l'Arma che si dichiarano parti lese nell'eventuale processo per i presunti depistaggi sul caso della morte di Stefano Cucchi, che vede imputati otto carabinieri, tra cui ufficiali. Un gesto dal valore simbolico forte, che segna - nelle parole della famiglia Cucchi - il passo definitivo verso la «riconciliazione» della famiglia del giovane detenuto con l'Arma e le istituzioni. «Un fatto senza precedenti e un momento di riavvicinamento tra cittadini e istituzioni», ha commentato Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, subito dopo la presentazione dell'istanza di costituzione di parte civile da parte dell'Arma e della Difesa all'udienza preliminare sul procedimento dell'eventuale 'Cucchi quater', che stavolta vede sotto accusa la catena di comando che avrebbe depistato le indagini sulla morte del giovane. Scelte che ufficializzano una netta presa di posizione già annunciata in una lettera affidata ai familiari di Stefano dal comandante generale dei Carabinieri Giovanni Nistri l'11 marzo scorso. 

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A presentare la stessa richiesta, sulla quale il Gup si è riservato di decidere, è stata anche la famiglia Cucchi, l'appuntato Riccardo Casamassima, gli agenti di polizia penitenziaria, il Sindacato dei Militari e Cittadinanzattiva. «In vicende come la nostra - ha aggiunto Ilaria Cucchi - troppe volte ho visto i sindacati di polizia intromettersi contro le nostre famiglie. In quest'aula per la prima volta un sindacato si è schierato al nostro fianco e non contro di noi». Nell'istanza presentata dall'Arma, che chiede una provvisionale di 120mila euro, c'è un duro attacco ai 'colleghì imputati, che «nel commettere i reati contestati, hanno cagionato un grave danno patrimoniale e morale alle amministrazioni». Le imputazioni contestate sono particolarmente gravi «perché hanno sortito l'effetto criminoso di sviare l'accertamento pieno di altrui attività delittuosa nel corso di particolari, complesse ed articolate indagini, avendo militari abusato delle loro qualifiche e funzioni». 

Ma il procedimento più delicato è sicuramente quello che riguarda gli otto militari dell'Arma accusati di aver orchestrato il tentativo di insabbiamento della verità sulla morte del geometra romano. Una partita giocata «con le carte truccate», l'ha definita il sostituto procuratore Giovanni Musarò. Le richieste di giudizio da parte della Procura sono nei confronti, tra gli altri, del generale Alessandro Casarsa, all'epoca dei fatti capo del Gruppo Roma, e per il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo di Roma. I reati contestati, a seconda delle posizioni, sono falso, omessa denuncia, favoreggiamento e calunnia. Ad essere coinvolti nella catena di comando ci sarebbero anche altri sei imputati. 

Per l'accusa i depistaggi partirono da Casarsa, all'epoca numero uno del Gruppo della Capitale, e a cascata furono 'messi in atto' dagli altri secondo i vari ruoli di competenza. Per i pm alcuni degli indagati avrebbero attestato il falso in due annotazioni di servizio datate 26 ottobre 2009, relativamente alle condizioni di salute di Cucchi, arrestato dai carabinieri di Roma Appia e portato nelle celle di sicurezza di Tor Sapienza, tra il 15 e il 16 ottobre del 2009. Falsi confezionati - secondo i magistrati - «con l'aggravante di volere procurare l'impunità dei carabinieri della stazione Appia, responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che nei giorni successivi gli determinarono il decesso».

 

Ultimo aggiornamento: 19:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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