Riina jr in tv scatena bufera sulla Rai. Ma il diritto di conoscere va salvato

Giovedì 7 Aprile 2016 di Mario Ajello
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Una società forte, in un Paese liberale, non può avere paura di far vedere la mostruosità della mafia e i suoi personaggi e interpreti, maggiori o minori.

Una società forte, in un Paese liberale, non può avere paura di far vedere la mostruosità della mafia e i suoi personaggi e interpreti, maggiori o minori, padri o figli. E proprio per questo fece uno sbaglio Silvio Berlusconi, quando accusò il ciclo televisivo della «Piovra» di gettare discredito sull’Italia. Senza capire che, viceversa, quella serie stava facendo prendere coscienza a tutti della terribilità del fenomeno mafioso e della positività di chi lo combatteva, come il commissario Cattani, interpretato da Michele Placido. A proposito della partecipazione del figlio di Riina a Porta a Porta, sono dunque apparse troppo precipitose e semplicistiche le indignazioni politiche da riflesso condizionato. Non che i rischi - anzitutto quello dell’informazione che non sa essere all’altezza del proprio ruolo e abdica in favore dell’infotainment - non ci siano in un’operazione, controversa, come quella condotta da Bruno Vespa. Ma possono essere disinnescati da un trattamento giornalistico della materia rigoroso - così è apparso ai vertici della Rai che sia pure non a cuor leggero hanno approvato la messa in onda di Porta a Porta - cioè capace di fare da contraltare al racconto del mafioso. Di contestualizzare tutto. Di costruire un contraddittorio. Di non offrire all’ospite una libera tribuna dalla quale poter lanciare i suoi messaggi e in questo caso i messaggi del figlio del capo dei capi, partecipe per vie familiari e personali a un orrore che ha prodotto bambini sciolti nell’acido, stragi di innocenti, omicidi come quelli di Falcone, di Borsellino e di migliaia di servitori dello Stato e di cittadini, distruzione e edilizia e morale di città e paesi. Insomma, la rappresentazione del male è il cuore del giornalismo. Ed è passata alla storia, per esempio, l’intervista di Jo Marrazzo a Michele Greco, nel fondo della Favarella a Ciaculli, in cui il padrino tra l’altro esibì la qualità dei mandarini tardivi del suo campo, i «marzuddi», e in quella esibizione di banalità del Male c’era un concentrato di mentalità criminale che tutti hanno potuto conoscere nel suo orrore.

CENSURE
Decidere in anticipo che la mafia non si è in grado di raccontarla non soltanto è una sfiducia immeritata nel giornalismo - il sistema liberale è quello del più ampio spazio offerto a tutte le opportunità senza negazionismi preconcetti e strumentalizzazioni propagandistiche - ma anche una vera e propria censura preventiva. Ha ragione Salvatore Lupo, oggi il maggior studioso del fenomeno mafioso, che osserva a proposito di questa storia: «Qualcuno, negli ultimi tempi, ha proposto l’introduzione del reato di apologia della mafia. Lo trovo un po’ ridicolo. Ed è anche ridicolissimo presumere un’apologia della mafia in una trasmissione tivvù prima ancora di averla vista in onda». Esiste però il rischio che la partecipazione di un mafioso assuma, agli occhi dell’audience mafiosa, perchè c’è anche questa e non solo quella dei telespettatori normali, un significato di forza e alla forza della celebrità i boss sono sempre stati attentissimi. «Ed esiste anche - fa notare Carlo Freccero, che prima ancora di essere membro del cda della Rai è un grande esperto di comunicazione - il rischio pubblicità: ossia, in questo caso, di aiutare Riina junior, fresco autore di un libro sul papà, a vendere il suo libro». 

Ma ciò non toglie che il ”sapere aude” - il coraggio di conoscere, secondo il motto di Immanuel Kant che risale a Orazio - deve restare il principio base dell’illuminismo dei nostri tempi. Con le opportune capacità di gestione naturalmente. Freccero pone la questione così: «La tivvù non deve avere tabù e per avere la verità bisogna sporcarsi le mani. Una trasmissione del genere riesce quando, invece di risolversi in una performance di arroganza dell’ospite, è capace di far capire che cosa significa essere figlio di un mafioso, e mafioso a sua volta, e come si fa ad ammirare un padre che è un assassino». Il rischio scivolata è facile in queste circostanze giornalisticamente succulente. E sottovalutare i rischi dell’operazione Porta a Porta, su cui oggi si eserciteranno tutti a puntata trasmessa, sarebbe superficiale. Vedere in tivvù un giovane neppure quarantenne che ha fatto otto anni di 41bis, ed è l’erede del capo dei capi, può risultare indigesto. Ma è anche una maniera per ridestare attenzione su un fenomeno che sembra in declino ma soltanto perchè s’è acquattato e ha cambiato natura e non è risolto e non può essere declinato solo al passato. Riina junior è il volto non archeologico della mafia. Di cui lo Stato, la televisione di Stato e la politica che ha strepitato sguaiatamente, banalizzando tutto nella solita guerra tra partiti e interna ai partiti, non può e non deve avere paura.
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