E l’ex Nar disse all’avvocato: «Lo Stato si è rivelato più forte»

Mercoledì 12 Settembre 2018 di Michela Allegri e Sara Menafra
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Prudenti, fino all’ultimo. Collegati in videoconferenza con un’aula in cui la sentenza che riconosce l’accusa di mafia arriva improvvisa come un temporale al mare, Massimo Carminati e Salvatore Buzzi sono gli unici a sembrare preparati. Quel monitor, nel corso degli anni, è stato l’unico canale di comunicazione verso l’esterno, quello da cui sono passati gli sfoghi, il braccio teso, le lacrime sfuggite, l’esultanza di Buzzi a pugno chiuso quando un anno fa la corte l’aveva assolto dall’accusa di mafia.

E invece ieri mattina, entrambi sanno già cosa fare: Carminati, a Oristano, appena il presidente Claudio Tortora inizia a leggere il dispositivo della sentenza si alza dal banco inquadrato dalla telecamera e si sposta in un punto della stanza dove non può essere inquadrato. Salvatore Buzzi si siede davanti al suo schermo, nel carcere di Tolmezzo dove è rimasto fin dal primo arresto, nel 2014. Forse, vorrebbe restare impassibile.

Di fatto, quando dopo aver parlato dei patteggiamenti Tortora dice la frase che cambia tutto quel che verrà letto dopo - «qualificato il reato ai sensi del 416 bis» - si alza, poi si risiede, si rialza ancora e continua a fare così per tutta la breve udienza. La decisione stavolta separa gli ex soci: Carminati passa da 20 a 14 anni e 6 mesi, Buzzi da 19 a 18 e 4 mesi. Ma si parla di mafia quindi rischiano di scontarli tutti. 

IL NERO
La lettura del dispositivo cala sull’aula rapidamente. E Carminati, che ha vissuto tutto il processo come una lunga sfida, è laconico anche con uno dei suoi avvocati, Ippolita Naso: «Vi voglio ringraziare, avete fatto tutto il possibile. Lo Stato è stato più forte». In una battuta c’è tutto il modo di guardare alla sua storia, che forse finisce ma di certo non comincia con “Mondo di mezzo”. L’ex militante dei Nar che quest’anno ha compiuto sessant’anni, nell’aula bunker di Rebibbia ha preso la parola non più di tre volte. L’unica in cui si è fatto interrogare, prima da Ippolita Naso e quindi dal pm Luca Tescaroli, ha finito per dire che non esistono un’unica verità e un solo modo di guardare al mondo: «Io non rinnego nulla della mia vita, è stata quello che è stata, ho sempre pensato che è meglio avere un’idea sbagliata che nessuna idea. Il dottor Tescaroli mi può anche chiedere l’ergastolo, è un suo diritto. Io ammiro la sua cattiveria professionale ma non può farmi la morale». 

IL RAS DELLE COOP
Salvatore Buzzi è più amareggiato e più arrabbiato. Nel corso del processo ha scelto una strategia tutta diversa: ha raccontato un Mondo di mezzo non mafioso e senza associazione a delinquere neppure semplice, ma in cui i politici si pagano e anzi chiedono continuamente di essere aiutati. E in cui gli appalti pubblici si ottengono solo facendo patti e spartizioni. I suoi avvocati, Alessandro Diddi e Piergerardo Santoro, si erano presentati a Rebibbia con gli schemi dei pagamenti fatti nel corso di ben due campagne elettorali comunali. Ammissioni che non sembrano aver avuto peso nella lettura della corte d’appello di Roma.

Con 18 anni e quattro mesi, Buzzi subisce la condanna più pesante, molto probabilmente perché i giudici hanno dato maggior peso al numero delle imputazioni contestate. L’ex ras delle cooperative romane, che con un giro di società piccole e grandi ha gestito per anni tutti gli appalti che facevano la vita quotidiana della città (dal verde pubblico ai rifiuti) e che quell’impero l’aveva costruito da ex detenuto, rischia di uscire dal carcere a poco meno di ottant’anni. «Col senno di poi tanto valeva starsi zitti e non difendersi, esseri leali con lo Stato non ha pagato», ha detto al suo avvocato, Diddi. Lui stesso si dichiara indignato: «In questo processo e in questa sentenza ci sono condannati che non sarebbero mai stati rintracciati dalla procura senza le parole di Buzzi. Che ha scelto di parlare anche accusando ex amici e soci, ma tutto questo non ha avuto alcun peso anzi ora sembra lui l’unica causa dei tanti problemi che la città continua ad avere». 

I FAMILIARI
Se i due protagonisti di Mondo di mezzo hanno entrambi una lettura di quanto successo, sebbene opposta, per familiari, amici e imputati con pene meno gravi, c’è solo il pensiero di un futuro cupo. Certo, si aspetterà il prossimo verdetto in Cassazione ma già ora, a breve, Carminati rischia di tornare al carcere duro, e per Buzzi potrebbe essere chiesto come non è mai stato fatto dal 2014 ad oggi. Gli abbracci di un anno fa lasciano spazio al silenzio, in qualche caso alle lacrime, mai alla resa. A chi si avvicina, Alessia Marini, la compagna del Nero, in lacrime, riserva parole secche: «Sparite o non so cosa faccio».
 

Ultimo aggiornamento: 13:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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