La sentenza Capitale/Una brutta notizia per il Paese

Mercoledì 12 Settembre 2018 di Carlo Nordio
A prima vista, la sentenza della Corte d’Appello di Roma può sembrare contraddittoria, perché accerta reati più gravi, ma condanna a pene più miti. Il Tribunale infatti, dubitando che esistesse la componente mafiosa, aveva assolto sul punto. Ora invece la Corte dice il contrario: e lo afferma «al di là di ogni ragionevole dubbio», come impone il codice. Il che significherebbe, a rigor di logica, che una delle due sentenze tanto ragionevole non è.


Poi ci sarà la Cassazione, e non è detto che il giudizio non venga ribaltato un’altra volta, secondo la nostra radicata consuetudine. Ma questi sono discorsi tecnici. Discorsi che, almeno per ora, passano in secondo piano rispetto al significato civile e politico della sentenza : che cioè nella Capitale d’Italia, oltre a prosperare un’ organizzazione di delinquenti ramificata e potente, c’era anche un sistema mafioso. Una brutta notizia per la città, e per l’immagine intera del Paese.

Le motivazioni della sentenza ci diranno il percorso logico seguito dalla Corte per ribaltare la decisione di primo grado, sostituendola con una più indulgente nella pena ma più grave nel contenuto. E soprattutto come si siano dispiegate “la forza di intimidazione e la condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”,che costituiscono, appunto, il connotato tipico dell’agire mafioso.Nondimeno sin d’ora il messaggio è chiaro: la criminalità romana ha fatto, o aveva fatto, un pericoloso salto di qualità. Possiamo consolarci ammettendo che il reato di mafia è oggi contemplato dalla legge e interpretato dai magistrati in modo più esteso rispetto a un tempo: per intenderci, non è necessaria una cupola in coppola e lupara perché questo delitto venga riconosciuto e sanzionato. 
È sufficiente, ripeto, che l’associazione si avvalga di sistemi intimidatori e che ne derivi un assoggettamento omertoso. Ma il problema rimane: a Roma, e forse anche più a nord di Roma, la strategia criminale sta rapidamente cambiando, e in peggio.
Questa decisione, per quanto provvisoria, allarmerà cittadini e stranieri, anche se parallelamente, costituirà un elemento di rassicurazione: la Procura ha dimostrato di aver indagato bene e ne esce rafforzata, e la Giustizia si è dimostrata al sopra di ogni sopruso e di ogni innominabile interesse o interferenza. In questo senso può avere un effetto positivo, potenziando quella educazione alla legalità che è condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per vincere questa guerra secolare. Ma può anche avere conseguenze funeste, se, come è accaduto in significativi precedenti, costituisce un alibi per una esasperata prudenza sconfinante nell’inerzia. 
Se cioè, per eliminare o ridurre il rischio di infiltrazioni e ricatti mafiosi, si interrompessero o si rallentassero le opere indispensabili alla ripresa del Paese. Opere che, proprio per la sconsiderata produzione normativa, sono disciplinate in modo così ambiguo ed oscuro da consentire, con efficacia ancor maggiore dell’intimidazione e del ricatto , gli intrighi e i brogli degli amministratori infedeli.
L’auspicio è che, passato questo momento di doloroso sbigottimento per una vicenda così grave, tutti i responsabili del bene pubblico si pongano, e risolvano, la questione oggi primaria: come attuare la crescita e la modernizzazione del Paese nella trasparenza e nella legalità, senza confidare nella risposta, doverosa e meritoria, ma comunque tardiva, delle sentenze penali.  Ultimo aggiornamento: 01:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA