Maria Latella
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La festa della mamma e quel finto anticonformismo di chi vorrebbe abolirla

Nel giorno della festa della mamma Il Messaggero mi ha chiesto un commento su una celebrazione che, chissà perché, é stata recentemente messa sotto accusa. Ne ho scritto guardando al presente. Qui, a celebrazione conclusa, vorrei provare a dare un'occhiata anche al nostro recente passato. Cominciando, lo confesso, da due questioni che non riesco proprio a mandar giù.

1) Con tutte le inquietudini che costellano la nostra vita dobbiamo proprio continuare a smontare  le poche certezze che ci sono rimaste? Che senso ha mettersi a discutere sull'attualità della festa della mamma quando, come scrivevo domenica sul Messaggero, ormai almeno in Italia la maternità è vista sempre più spesso come un ostacolo, un peso, una minaccia al precario equilibrio economico raggiunto? Discutere della abolizione della festa della mamma in ossequio "alle trasformazioni sociali in atto nella nostra societa" è l'omaggio che la stupidità rende alla piovra del "politicamente corretto".

2) Ciascuno di noi dovrebbe riflettere su quello che, indipendentemente dalla storia personale, il ruolo delle madri italiane ha dato alla crescita della società italiana dal dopoguerra ad oggi. Comincio dal primo punto. La tentazione di far bella figura con poca spesa. Attaccare la festa della mamma fa chic e non impegna. Purtroppo è anche inutile e dannoso, proprio come gran parte delle posizioni in apparenza "anticonformiste" assunte dal 68 ad oggi.

In questi decenni abbiamo teorizzato e poi smontato il ruolo della famiglia. Eppure è solo grazie alle famiglie italiane che uno Stato non sempre (anzi quasi mai) capace di garantire una competitività globale ai singoli, ancora oggi forma neo laureati in grado di essere apprezzati all'estero. Sono le famiglie che, con sacrifici, consentono ai figli di imparare l'inglese da piccoli. A scuola l'inglese non lo apprenderebbero. Alle famiglie, anche quelle tutt'altro che ricche, viene lasciato il compito di accrescere le conoscenze: dalla musica allo sport, sono costi che i genitori affrontano pur di dare ai ragazzi quelle "esperienze" in più che spesso consentono a un talento di emergere. È un sommarsi di piccole e grandi rinunce cui i genitori della classe media vanno incontro - da decenni - nella speranza di dare ai loro figli la chance di acchiappare l'ascensore sociale altrimenti bloccato al piano zero.

Spesso sono investimenti a fondo perduto: non abbiamo fatto molto per valorizzare chi si impegna e abbiamo invece fatto molto per far credere che i bulli vincono e i secchioni sono noiosi. A volte, però, i sacrifici dei genitori pagano e aprono davvero delle porte. Di solito sono quelle dell'emigrazione in Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia.

In tutto ciò, sono quasi sempre le madri (ripeto: non sempre, ma spesso) a occuparsi della "seconda vita" dei figli. La vita che corre nel pomeriggio. Lezioni private di inglese e matematica, corsi di nuoto e di ginnastica artistica. Tutto programmato nella speranza che i figli abbiano una vita migliore della loro. O almeno discreta come quella che, lottando con le unghie e con i denti, padri e madri cercano di difendere.

Vi sembra poco? A me sembra che alle famiglie italiane vada almeno riconosciuta una modesta medaglia al valore. Non solo. Alle mamme non andrebbe solo concesso una festa, un giorno di maggio all'anno. Andrebbe riconosciuto un progetto per il futuro. E pensando al futuro, consentitemi di raccontarvi un po' di passato. Il mio.
Non sarei qui a scrivere su questo blog se non ci fosse stata mia madre. Insegnante della scuola elementare di Sabaudia. Una donna che ha passato tanti pomeriggi della sua vita a fare i compiti con me. Le tabelline, per dire; quel poco che so di aritmetica lo devo alla tenacia con la quale, nella mia seconda elementare, mi costringeva  a ripeterle ogni giorno.

Seguiva i compiti a casa con me e mio fratello, e poi passava a correggere quelli dei suoi alunni. Non l'ho mai vista assentarsi dalla scuola con un pretesto: più che un lavoro considerava il suo impiego una missione. In casa siamo cresciuti nella convinzione che il dovere è una cosa alla quale non ci si sottrae.

Devo molto, se non quasi tutto, a mia madre. E ho incontrato tante altre donne come lei. Donne della sua generazione che, come usava all'epoca, avevano trovato nell'insegnamento l'unico sbocco professionale consentito. Donne fiere, capaci di allevare da sole un figlio, anche in un Paese diverso dal loro. È stata la storia di Olga, la madre di mio marito. Donne forse ignare della psicanalisi, (mia madre proprio non ne aveva idea).  Donne che perciò hanno procurato qua e là qualche piccolo danno, per eccesso di severità e di durezza. Ma quanta generosità c'è stata nelle loro vite. Quanto hanno dato e quanto poco, in fondo, hanno ricevuto.
A quelle ancora in vita, e alle mamme che ancora si ispirano alle generazioni precedenti, vorremmo pure togliere la festa? Ma fatemi il piacere. Lunedì 14 Maggio 2018, 13:10
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