Affinità elettive/Le relazioni pericolose tra ex pd e grillismo

Lunedì 20 Marzo 2017 di Giuliano da Empoli
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Sono tornati gli “spiragli”. Quei piccoli ma significativi margini di manovra che Pierluigi Bersani intravedeva quattro anni fa e in virtù dei quali si illuse di poter costituire un governo con l’appoggio del Movimento 5 Stelle dopo la non vittoria alle elezioni del 2013. La scorsa settimana, grillini e scissionisti del Pd si sono ritrovati sostanzialmente allineati in Senato sulla mozione di sfiducia a Lotti. A molti addirittura il testo del documento presentato dal Movimento Democratici e Progressisti (il neonato partito di Bersani & Co.), con i suoi «non è necessario attendere che la giustizia faccia il suo corso» e i suoi «grovigli di potere» è parso più grillino di quello dei grillini stessi.

Ed ecco allora i nuovi spiragli. C’è chi parla di un’intesa sulla legge elettorale e chi spinge lo sguardo anche più in là. Se il Movimento 5 Stelle dovesse uscire vincitore dalle prossime elezioni, alcuni immaginano che potrebbe formare un governo con l’appoggio dei fuoriusciti del Pd. In pratica, lo scenario del 2013 a parti invertite, con Grillo nella poltrona di comando e i bersaniani ridotti al rango di portatori d’acqua. Anche senza spingersi così avanti, tutto porta a credere che, nel corso dei prossimi mesi, gli elementi di convergenza tra i due movimenti potrebbero moltiplicarsi. Ad unirli c’è, innanzitutto, un nemico comune: Renzi e tutto ciò che l’ex Presidente del Consiglio incarna.

Ma al di là di questo aspetto contingente, esistono affinità assai più profonde tra i grillini e una sinistra che il proporzionale spinge inesorabilmente a risfoderare la propria identità più radicale.
In primo luogo, un certo giacobinismo, sempre pronto a denunciare le malefatte delle élite e a invocare processi sommari (per gli altri). Che costituisce forse la principale ragion d’essere del Movimento 5 Stelle, ma rappresenta anche un pezzo della storia della sinistra da Tangentopoli in poi, a fianco delle procure senza se e senza ma, al punto da allearsi con Di Pietro e da portare in politica più di un magistrato. Non a caso uno degli esponenti di punta del nuovo partito si chiama Felice Casson.

In secondo luogo, ad unire scissionisti Pd e grillini c’è una marcata sensibilità anticapitalista. Che nei primi viene da lontano: la storia venerabile di un comunismo che ha sì fallito, ma non rinuncia a consolarsi con l’idea che il capitalismo abbia fallito anch’esso e vada quindi superato. E per i pentastellati è invece legata alle più recenti congetture sulla decrescita felice e altre amenità di quel genere.

Terzo punto, forse il più importante. La sinistra della sinistra e i grillini hanno in comune un’irresistibile propensione al massimalismo. Che è l’atteggiamento in base al quale non ci si preoccupa del realismo delle proprie proposte, perché l’obiettivo non è tanto di andare al governo, quanto di agitare una bandiera. Motivo per il quale si può dire tutto e il contrario di tutto, e vince chi la spara più grossa, non chi trova la soluzione più giusta.
Su questo versante i grillini si distinguono da anni per fantasia e spregiudicatezza. Resta da capire se Bersani & Co. decideranno di inseguirli sulla stessa strada o se sceglieranno, nonostante tutto, di restare ancorati ad una cultura di governo più responsabile che possa condurli un giorno ad incrociare nuovamente il percorso dei loro ex compagni del Pd.
  Ultimo aggiornamento: 11:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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