​L'esperto di genetica: «Dna di "Ignoto 1" ben definito ma non basta per condanna»

​L'esperto di genetica: «Dna di "Ignoto 1" ben definito ma non basta per condanna»
di Marco Ventura
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Martedì 24 Giugno 2014, 01:26
ROMA - C’ test e test. Quello effettuato sul dna di “Ignoto 1” attendibile come una fotografia ben definita. Ma per condannare qualcuno non basta, ci vogliono altri elementi.

Andrea Piccinini, responsabile del laboratorio di Genetica forense dell’istituto di Medicina legale dell’università di Milano, è il consulente che ha svolto le analisi sulla salma di Giuseppe Guerinoni, ne ha estratto il profilo genetico e l’ha confrontato con quello di “Ignoto 1”, il presunto assassino di Yara, stabilendone il rapporto padre-figlio.



Nei processi spesso i test del dna vengono contestati. Perché?

«Immagini una fotografia nella quale si notano tutti i particolari in modo che anche un cieco può verificare la corrispondenza con uno scatto identico. Se invece la fotografia è stata presa in una giornata di nebbia, luce scarsa o foschia, si perdono molti particolari. Semplificando, è quel che avviene quando il dna “fotografato” è di scarsa qualità, degradato o commisto col dna di altre persone, o le tre cose insieme. Allora le possibilità di una interpretazione univoca sono grandemente ridotte e ognuno ci vede quel che vuole».



Nel caso di Yara la fotografia è definita o sfocata?

«È molto bene definita. In generale però il problema non è neanche la foto in sé, ma quando e in quali circostanze è stata scattata: c’era qualcuno che mi minacciava di morte e allora ho fatto la foto? Oppure l’ho scattata in un momento di relax consensuale? Pensi a un dna che si trasferisce con atti non violenti. Quanto all’altra domanda, cioè quando la foto è stata scattata, il test del dna non è in grado di rispondere. Vede che restano sempre dei punti interrogativi».



Ma questa non era una situazione di relax!

«Se si trattasse di un altro caso e non della povera Yara, le potrei dire: immagini un dna sotto le unghie di una ragazza uccisa, che nell’ipotesi accusatoria avrebbe graffiato il fidanzato. L’ipotesi difensiva dirà che no, quel dna c’è perché erano fidanzati e lei gli ha fatto un grattino sui capelli».



È il caso di via Poma…

«Certo, per esempio».



Ma non è il caso di Yara…

«Che cosa sappiamo delle modalità di deposizione di questa traccia? Nulla. Possiamo solo arguire sulla base anche di altri elementi. Ecco perché il test del dna da solo non risolve i problemi, è un utile strumento insieme a tanti altri che può consentire al giudice, ma non è detto per certo, di prendere la decisione. Da medico legale e genetista forense, sono portato a osservare il massimo della prudenza. Anche nel caso di Yara».



Il test del dna potrà essere ripetuto? Ed è importante che lo sia?

«Non so che cosa sia avanzato, io il confronto l’ho fatto con un profilo acquisito. Ma da un punto di vista processuale e procedurale è importante che possa essere ripetuto con le garanzie del contraddittorio, per esempio con una perizia alla presenza delle parti. Tutti i test sono stati fatti con un fascicolo aperto contro ignoti. Ora c’è una persona nota, che ha tutto il diritto di difendersi e avere propri consulenti che lo assistano e possano verificare l’operato dei consulenti del Pm o dei periti del tribunale».

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