Sentenza sull'omicidio di Willy, i fratelli Bianchi inchiodati dai loro tre amici

Sentenza sull'omicidio di Willy, i fratelli Bianchi inchiodati dai loro tre amici
di Pierfederico Pernarella
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Domenica 2 Ottobre 2022, 09:08 - Ultimo aggiornamento: 11:15

Gabriele e Marco Bianchi incastrati anche dai loro amici. Nel motivare la condanna all'ergastolo dei fratelli di Artena e del gli altri due imputati (23 anni a Francesco Belleggia e 21 a Mario Pincarelli) per l'omicidio di Willy Monteiro Duarte, il presidente della Corte d'Assise di Frosinone Francesco Mancini ritiene fondamentali non solo le testimonianze degli amici del 21enne di Paliano, ma soprattutto quelli di Omar Shabani, Vittorio Tondineli e Michele Cerquozzi. Gli stessi che chiamano in soccorso i fratelli di Artena quando vedono litigare Belleggia e Pincarelli con la comitiva di Paliano e poi fuggono con loro quando Willy è moribondo a terra dopo il pestaggio. Ma in aula raccontano tutto quello che hanno visto. Ne è convinto il giudice Mancini che lo scrive a chiare lettere quando esamina la posizione di Belleggia.
La difesa di Belleggia ha messo in dubbio l'attendibilità di Tondinelli, Cerquozzi e Shabani sostenendo che, in quanto amici dei Bianchi, avevano scaricato tutte le colpe sul suo assistito e in parte Pincarelli. Il legale aveva anche ricordato l'intercettazione ambientale che registra gli amici dei Bianchi prima dell'interrogatorio: «Sanno che ci siamo messi d'accordo», dicono.
Tale ipotesi per, scrive il giudice Mancini, «è stata smentita dal processo. E ciò per la semplice ragione che nessuno dei tre, nei fatti, ha reso una deposizione realmente favorevole ai fratelli Bianchi e può dunque essere accusato di averli favoriti».

IL RUOLO DEI TRE TESTI

Tondinelli, prosegue il presidente della Corte d'Assise, «pur facendo parte della ristretta cerchia di amicizie dei due fratelli si è rivelato uno dei principali testi a loro carico: ha riferito quanto avvenuto all'interno dell'auto nella quale i sei ragazzi si erano appartati e durante il viaggio riferito delle tre ragazze, così confermando che i due fratelli avevano avuto notizia della lite in atto e del coinvolgimento di Belleggia; ha riferito che essi guidavano a forte velocità nel viaggio di ritorno e che essi scendevano velocissimi dall'auto, dirigendosi verso il centro dell'assembramento; ha descritto il calcio frontale inferto da Gabriele Bianchi a Willy e riferito che entrambi si accanivano sul corpo del povero ragazzo riverso a terra».
Lo stesso vale per le deposizioni di Shabani e Cerquozzi: «Non vi è ragione di ipotizzare la non genuinità delle testimonianze - scrive il giudice - Anche perché se avessero realmente concordato una versione di comodo avrebbero detto tutti le stesse cose, fatto che platealmente non è avvenuto. E particolarmente emblematico è al riguardo il fatto che mentre Shabani ha riferito di calci sferrati sia dal Belleggia che da Pincarelli, nulla invece il Cerquozzi ha dichiarato con riferimento a tale ultimo (Pincarelli, ndr). Dunque è evidente - conclude il presidente della Corte d'Assise di Frosinone - che essi non hanno concordato alcuna versione tesa a depotenziare» il ruolo dei fratelli Bianchi per scaricare ogni responsabilità su Belleggia e Pincarelli».

IL CLAMORE MEDIATICO

Nelle motivazioni della sentenza, il giudice risponde anche alle obiezioni sollevate dai fratelli Bianchi secondo i quali tutti i testimoni li avrebbero accusati perché condizionati dal clamore mediatico suscitato dall'omicidio di Willy. «Di questo - scrive Mancini - non vi è alcuna prova, né storica né logica, in atti. Anzi, proprio il disallineamento di molte deposizioni (spiegabile con il fatto che i testimoni si trovavano in punti diversi) spiega meglio di ogni altra considerazione l'infondatezza dell'assunto. Un condizionamento mediatico in grado di incidere sulla genuinità delle deposizioni dei testimoni avrebbe condotto ad una omologazione delle testimonianze, omologazione che al contrario non vi è stata avendo ciascuno riferito quello che ha potuto vedere e memorizzare in relazione» del punto in cui si trovava.
 

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