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Strage di Capaci, in piazza a Veroli esposta l'auto simbolo della lotta alla mafia

Strage di Capaci, in piazza a Veroli esposta l'auto simbolo della lotta alla mafia
di Maurizio Patrizi
4 Minuti di Lettura
Giovedì 9 Giugno 2022, 10:38 - Ultimo aggiornamento: 18:56

La teca con i resti della Quarto Savona 15, la Fiat Croma su cui viaggiavano Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, i tre agenti della scorta del giudice Giovanni Falcone e di sua moglie Francesca Morvillo, per la prima volta fa tappa in provincia di Frosinone.

Ieri mattina, proveniente da Roma a bordo di un mezzo della Polizia, è stata sistemata in piazza Santa Salome a Veroli, dove rimarrà esposta fino a domani. A Veroli insieme alla teca è arrivata anche Tina, la vedova del caposcorta Montinaro, che ha fondato l'associazione Quarto Savona Quindici (dal nome in codice dell'automobile su cui viaggiava suo marito) e per trent'anni è rimasta a Palermo per combattere contro la mafia: «Non erano eroi - ha detto - erano uomini che facevano il proprio dovere». La teca ha ricominciato a circolare sul territorio nazionale in occasione del trentesimo anniversario delle stragi di Capaci e via D'Amelio.

Poco dopo le 10, in una piazza gremita di autorità e studenti, ha avuto inizio la cerimonia di inaugurazione dell'esposizione voluta dalla presidente della Commissione regionale Antimafia del Lazio, Sara Battisti. Il sindaco di Veroli Simone Cretaro, dopo aver ringraziato i presenti, fra cui il prefetto Ernesto Liguori, il presidente della Provincia Antonio Pompeo, il procuratore della Repubblica di Frosinone Antonio Guerriero, il questore Domenico Condello, il comandante dei carabinieri Alfonso Pannone e il comandante della Guardia di Finanza Cosimo Tripoli, un particolare saluto lo ha rivolto alla signora Tina Montinaro: «La ringrazio per la sua presenza e per la sua straordinaria testimonianza per favorire la legalità nel nostro Paese».

Cretaro poi si è rivolto agli studenti: «Il senso di questa giornata non è soltanto quello di onorare la memoria di Giovanni Falcone, di sua moglie e degli uomini della sua scorta ma deve essere soprattutto quello di stimolarci a un rinnovato e continuo impegno nella lotta alle mafie e alla criminalità».
 
Il prefetto Liguori ha evidenziato che «la lotta alla mafia ha come protagonista la forza dello Stato ma è importantissima anche la battaglia culturale». Il procuratore Guerriero ha raccontato della sua conoscenza personale con Falcone e del luogo dell'attentato che ha visto: «Questa esperienza di Giovanni per poter essere utile deve insegnare alle nuove generazioni che la legalità non è un optional, è la precondizione per lo sviluppo di un territorio».
 

Il questore Condello ha sottolineato la necessità di combattere «giorno per giorno l'arroganza e le mafie» attraverso «il dialogo, il confronto e la memoria. Le nuove generazioni si debbono mettere in testa che bisogna combattere non solo la mafia ma tutto ciò che provoca diversità e illegalità, anche nelle scuole». Il presidente Pompeo ha auspicato che questo messaggio venga esteso a tutto il territorio provinciale. Il presidente dell'Osservatorio Sicurezza e Legalità Gianpiero Cioffredi ha invece rimarcato come la Regione Lazio abbia già adottato un sistema per monitorare le mafie, soprattutto nell'ottica della gestione dei fondi del Pnrr.

Ha concluso la cerimonia, con un toccante intervento, la vedova Montinaro: «È molto più semplice dichiararli eroi perché noi non possiamo essere eroi. E invece parliamo di dovere, erano uomini che facevano il proprio dovere».
La signora Montinaro ha poi ricordato quella tragica mattina del 23 maggio 1992: «Lascia me i bambini a casa e va a prendere il suo magistrato. Io non ho più visto mio marito. Quelli che qualcuno boriosamente chiama uomini d'onore, non ci hanno dato la possibilità di fare i funerali con le bare aperte perché non era rimasto nulla».

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