Omicidio Mollicone, interrogato
centinaia di volte: «Questa storia
ha trasformato la mia in un inferno»

Domenica 8 Luglio 2018 di Vincenzo Caramadre
«Come molti voglio la verità sulla morte di Serena, ma questa storia mi ha distrutto la vita: ho perso la famiglia, la mia azienda è fallita dopo il 2001 e tutti mi vedono come il mostro a piede libero da incastrare». A rompere il silenzio è un parente della famiglia di Serena Mollicone, l’uomo ascoltato l’ultima volta pochi giorni fa in Procura a Cassino. Non è mai stato indagato, ma per gli inquirenti potrebbe fornire informazioni utili alle indagini, per questo è stato ascoltato a sommarie informazioni testimoniali.

«Troppo fango, troppe ombre gettate sulla mia persona da alcuni media che hanno già pagato caro in passato e da chi s’improvvisa detective. Negli ultimi 17 anni - ha spiegato - la mia vita è diventata un inferno, sono stato ascoltato centinaia di volte dalla polizia, dai carabinieri e dai vari pubblici ministeri che si sono succeduti: ora basta». Ieri mattina dallo studio di Roccasecca del suo avvocato Roberto Molle ha rotto il silenzio. Un racconto più volte rotto dalla rabbia, ma anche dalla consapevolezze di chi, pur non essendo mai stato indagato, si è visto più volte sentito incalzato e osservato dagli investigatori. «Ancora oggi non conosco il motivo delle mie chiamate a rispondere agli investigatori, mi sono state rivolte sempre le stesse domande: i rapporti con il maresciallo Mottola, con il figlio e con le donne polacche di cui tanto si parla in questi giorni. Posso dire - ha aggiunto - che non conoscevo Serena, semplicemente perché non siamo coetanei, mi auguro vivamente che trovino l’assassino. Non ho mai nascosto nulla, ho sempre detto la verità, perché la verità non si dimentica. Ho partecipato alle ricerche di Serena il giorno in cui è scomparsa, ricordo di essere arrivato il primo giugno 2001 ad Arce e aver appreso da mio fratello che era scomparsa, allora mi sono unito alle ricerche sempre accompagnato da altre persone».

L’uomo non è stato mai iscritto nel registro degli indagati, ma nei suoi confronti sono stati esperiti molti accertamenti. Le domande rivoltegli, a quanto pare, s’incentrano tutte sul momento dell’occultamento del cadavere di Serena. «Nel corso degli anni - ha proseguito - più volte sono stato interrogato per ore e ore, i miei mezzi sono stati controllati dai carabinieri del Ris, l’abitazione dove vivevo è stata perquisita, la mia famiglia messa sotto pressione con richieste di Dna ai vari componenti. Ora credo sia giunto il momento di lasciarmi vivere serenamente, l’ultima volta che sono stato ascoltato, la settimana scorsa, ho raccontato di nuovo tutto al pm. Ho ripercorso tutto quello che ho fatto quando Serena è scomparsa e anche dopo. Tutto quello che è successo a Carmine Belli (assolto in tutti i gradi di giudizio), con tutto quello che ho subito, poteva succedere anche a me», ha concluso l’uomo.

Anche l’avvocato Roberto Molle è intervenuto: «L’assassino di Serena deve pagare, il mio assistito ha detto più volte le cose come stanno, ora crediamo sia giunto il momento di lasciarlo vivere», ha concluso il legale. Nel frattempo le indagini dei carabinieri diretti dal colonnello Fabio Cagnazzo andranno avanti fino ad ottobre. Sono in corso diversi accertamenti, tra cui quello comparativo tra le microtracce trovate sotto il nastro con il quale fu immobilizzato il corpo di Serena e la porta sequestrata in un alloggio della caserma. Accertamento che arriverà nei prossimi 80 giorni e tramite il quale si capirà se Serena il primo giugno 2001 è entrata o meno in caserma, dove c’è il sospetto che sia stata spinta proprio contro la porta. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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