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Mollicone, la sentenza che divide firmata dal giudice che ha rinunciato alla pensione

Mollicone, la sentenza che divide firmata dal giudice che ha rinunciato alla pensione
di Pierfederico Pernarella
4 Minuti di Lettura
Lunedì 18 Luglio 2022, 09:10 - Ultimo aggiornamento: 15:48

Doveva andare in pensione e invece ha presieduto la Corte che ha pronunciato una sentenza destinata a fare storia nella cronaca giudiziaria. Quella sull'omicidio di Serena Mollicone sarà l'ultima sentenza del giudice Massimo Capurso, presidente del tribunale di Cassino e della Corte di Assise che ha celebrato il processo sul giallo di Arce.

Nel dicembre del 2020, quando a causa della carenza di organico si è palesato il rischio che il processo potesse essere affidato a un giudice civile, Capurso ha rinunciato alle dimissioni dalla magistratura, già presentate, che sarebbero scattate dal 1° gennaio 2021. Un atto di grande spirito di servizio per la giustizia, ma anche per un processo che meritava la massima attenzione. Il giudice Capurso andrà in pensione ora a fine luglio.

Le motivazioni della sentenza saranno rese note non prima di autunno. E solo la lettura del dispositivo consentirà di capire cosa ha convinto la Corte dell'innocenza degli imputati, quali sono stati i punti della tesi dell'accusa che non hanno retto alla prova del giudizio. È un fatto, perché ammesso dallo stesso pubblico ministero Beatrice Siravo, che mancasse il movente: l'ipotesi che Serena volesse denunciare un giro di droga in cui era coinvolto Marco Mottola non ha trovato riscontri in aula, così come quella di una presunta relazione sentimentale tra i due.

LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

L'assenza di un movente ha fatto partire il processo in salita. Ma non è stato facile nemmeno dimostrare un altro punto fondamentale: la presenza di Serena, nella tarda mattinata del 1° giugno del 2001, nella caserma dei carabinieri di Arce, il luogo del delitto. Dato imprescindibile per ipotizzare il coinvolgimento dei Mottola e dell'ex luogotenente Vincenzo Quatrale, quel giorno in servizio insieme al brigadiere Santino Tuzi. Un passaggio non facile per l'inchiesta dopo tutti quegli e un presunto testimone oculare (Tuzi) nel frattempo morto suicida. D'altro canto lo stesso pm Siravo, nel 2015, aveva chiesto l'archiviazione per i Mottola.

All'epoca l'unico punto che collegava Serena alla caserma erano le dichiarazioni di Tuzi, ma il pm non le aveva ritenute attendibili. Inconsistenti le ha sempre ritenute la difesa dei Mottola ribadendolo con forza nel processo: a sentire le registrazioni audio degli interrogatori, hanno detto i legali, le dichiarazioni di Tuzi non sono così univoche. Il brigadiere si mostrerebbe incerto nell'identificare in Serena la ragazza che deve incontrare Mottola nel suo alloggio e nel collocare il fatto il 1° giugno.

La richiesta di archiviazione del pm venne però rigettata nel 2016 dal gup Valerio Lanna che dispose un supplemento d'indagine con le seguenti indicazioni: approfondire il ruolo dei Mottola e le dichiarazioni di Tuzi e valutare l'ipotesi della riesumazione della salma di Serena. Così venne fatto. Un passaggio fondamentale nell'inchiesta che ha portato al processo. Se il brigadiere serviva per dimostrare che Serena era entrata in caserma, a provare che fosse stata uccisa lì dentro doveva essere la porta dell'alloggio in uso ai Mottola. Serena, incontrato Marco per ragioni mai chiarite, per motivi altrettanto sconosciuti avrebbe avuto con lui una lite. Spintonata, dunque, avrebbe sbattuto la testa contro la porta, perdendo conoscenza per poi morire soffocata con una busta di plastica.

LA RIESUMAZIONE

A questa ricostruzione la Procura giunge appunto solo dopo la riesumazione della salma, sulla base delle consulenze del Ris di Roma e dell'anatomopatologa Cristina Cattaneo. Il trauma cranico e l'altezza di Serena combacerebbero con l'ammaccatura della porta e l'urto sarebbe dimostrato anche dalla compatibilità tra le tracce di legno trovate tra i capelli di Serena e sul nastro adesivo con cui era stata legata. Venticinque frammenti, invisibili all'occhio umano, ma solo 18 si sono rivelati utilizzabili. Quello più grande, trovato tra i capelli, ha dato esito negativo. La compatibilità, al 90%, è stata accertata solo su 6 tracce. Ma la difesa ha contestato le analisi: nei frammenti è stata trovata solo una pianta, tra le più comuni, rispetto alle decine presenti nella porta: «È come se si fosse cercato una pallina rossa tra mille palline colorate».
 

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