Interrogato l’impiegato intestatario dell’account «bucato» dagli hacker, poi il ricovero in ospedale

La Regione, uffici di Frosinone
di Aldo Simoni
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Sabato 7 Agosto 2021, 02:15 - Ultimo aggiornamento: 19:33

Alle 12,10 Nicola B., 61 anni, lascia gli uffici della Questura di Frosinone. E’ accompagnato da un agente. Poi, nel parcheggio attiguo, s’infila di corsa nella sua Fiat Stilo Sw e, con un’accelerata, si perde nel traffico della città.
La prima telefonata la riceve dal suo collega d’ufficio. «Sono finito in un tritacarne e nemmeno me ne sono accorto» si sfoga Nicola.

A Frosinone fa caldo, si superano i 30 gradi. E quando il collega gli dice di mangiare qualcosa, Nicola risponde: «No no, non mangio e non bevo. Non ne ho proprio voglia».
«Lo so, fa tanto caldo, ma non mi va neanche di bere qualcosa. Ma tu pensa: proprio a me che non ho mai preso una multa, nemmeno per divieto di sosta...»

Sono passati pochi minuti e la pressione sale vertiginosamente. Se ne renderà conto poco dopo quando, andando a Sora per un impegno di famiglia, sente un dolore forte al cuore, che comincia a battergli a mille. Così, colpito da tachicardia, si reca all’ospedale di Sora dove viene sottoposto a diversi accertamenti e dove viene ricoverato.
«Sulla nostra famiglia è caduta una tegola in testa - dice la madre -. Nicola proprio non se l’aspettava. Lui che è sempre così chiuso e riservato. A me non ha confidato nulla. E’ stata mia figlia a raccontarmi l’accaduto. E ora ci ritroviamo con i telefoni sotto controllo. Non parliamo più con nessuno. Abbiamo paura perfino a rispondere».

Nicola e la madre vivono in due appartamenti sovrapposti: la madre al piano di sotto, lui sopra. Nel centro di Frosinone. La polizia è andata da loro giovedì pomeriggio consegnando a Nicola l’invito a presentarsi per l’indomani. E ieri, alle 9, in Questura, è iniziato l’interrogatorio condotto dagli agenti del Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) e della Polizia Postale coordinati da Marco Rea che indagano sull’incursione nella rete della Regione. L’ipotesi di reato: accesso abusivo al sistema informatico.

Persona informata sui fatti

L’impiegato di Frosinone, che lavora nell’Area Enti Locali (nella foto) , è stato sentito per tre ore come persona informata sui fatti. E’ lui l’intestatario dell’account «bucato» dagli hacker che hanno attaccato il Centro di elaborazione dati regionale.
La polizia ha chiesto a Nicola (che non è indagato) di ripercorrere, minuto per minuto, il lavoro svolto al computer tra sabato e domenica. E gli hanno chiesto del figlio.
«Stando a casa - ha detto - mi capita spesso di lavorare anche di notte, tra le 2 e le 3. Magari mi sveglio e comincio a smaltire le pratiche o ad anticipare il lavoro. La notte tra sabato e domenica ero a casa da solo con mia moglie.

Mio figlio era al mare e, tra l’altro, lui non conosce nemmeno la mia password».
«Ovviamente, essendo in smart working, il suo computer era più vulnerabile dal momento che la rete di casa è più fragile - spiegano dalla polizia postale -. Il sospetto è che sia stato “bucato” 48 ore prima».
In pratica, chi ha predisposto l’attacco, avrebbe inviato (si sospetta dalla Germania) un virus attraverso una mail ariete. Aprendo questa mail, nel computer entra un virus latente che, nel giro di un paio di giorni, “buca” l’account.

Le cause

Disattenzione? Distrazione? Sbadataggine?
Sicuramente sì.
Già, perchè la polizia aveva un mandato ben preciso: verificare se ci fosse stata complicità o, peggio, un pagamento per la cessione della propria password.
«E invece - spiegano dalla Questura - ci siamo resi conto che effettivamente l’impiegato è una persona ingenua. Che mai avrebbe ceduto ad offerte di denaro».

Il computer

Nel frattempo il computer di Nicola è stato prelevato, già da lunedì, da un tecnico del Ced, dipendente di LazioCrea.
«Sul computer - ha riferito Nicola - non c’è nulla di particolare, solo qualche foto scattata durante cene con amici o immagini di mia moglie».
Ma è proprio su quel computer che ora sono concentrate le indagini. Ma di una cosa è certo. «Sabato notte era spento. E avevo spento anche la ciabatta. Domenica, primo agosto, ho lavorato da casa nel pomeriggio e ricordo che non avevo neppure il computer in carica; poi, intorno alle 19.30, ho chiuso tutto e ho spento. Il lunedì, infine, mi hanno chiamato dalla Regione dicendomi di spegnere subito il mio computer». 

Gli amici

Da quel momento Nicola non ha capito più nulla. «L’ho cercato e chiamato sul telefonino più volte, ma non mi ha mai risposto. Ha spento tutto - riferisce un suo collega di lavoro - Evidentemente non riesce a gestire tutta questa pressione che si è scatenata su di lui». E ieri, uscendo dalla Questura, la polizia si è raccomandata: «Resti a disposizione del magistrato». 
 

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