Il papà di Serena Mollicone: «Andrò a tutte le udienze e li guarderò negli occhi»

Mercoledì 31 Luglio 2019 di Pierfederico Pernarella
Arce, poco dopo l'ora di pranzo, è un paese deserto. Complici l'ora, il caldo e le ferie estive. In piazza Umberto I, davanti alla chiesa di SS. Pietro e Paolo, c'è solo Guglielmo Mollicone, davanti alle telecamere della Rai. Un puntino rosso che si staglia sui mattoni della chiesa. La canicola estiva rende l'immagine quasi surreale. Un'immagine che in questi anni abbiamo visto infinite volte, ma oggi (ieri, ndr) non è un giorno come gli altri per papà Guglielmo, per i familiari e gli amici di Serena, per chi si è impegnato a cercare la verità, per chi crede ancora nella giustizia. Oggi, 30 luglio 2019, diciotto anni dopo l'omicidio, la Procura è tornata a chiedere un secondo processo, dopo quello farsa nei confronti dell'innocente carrozziere Carmine Belli.
Ora sul banco degli imputati rischiano di finire l'ex comandante della Stazione dei carabinieri di Arce, Franco Mottola, il figlio Marco, la moglie Annamaria, e due militari dell'Arma, il maresciallo Vincenzo Quatrale e l'appuntato Francesco Suprano. «Serena è stata uccisa in caserma», scrive il procuratore Luciano d'Emmanuele. Oggi no, non è un giorno come gli altri.

IL SALUTO SPECIALE AL QUADRO
«Tutte le sere, quando torno a casa - racconta Guglielmo - saluto il ritratto di Serena dipinto dal pittore Rocco Lancia: ciao Sere', le dico. Quando mi dimentico scorgo quasi un'ombra che mi ricorda di farlo. Oggi le dirò che la giustizia ha fatto un altro passo avanti per trovare la verità sulla sua uccisione».
Quando ha ricevuto la notizia della richiesta di rinvio a giudizio, Guglielmo si trovava a Cassino, per prendere alcuni libri. «Mi hanno chiamato alcuni giornalisti. A dire la verità mi aspettavo che la richiesta arrivasse a giugno, nell'anniversario della morte di Serena. Proprio in questi giorni pensavo che ormai tutto fosse stato rinviato a settembre. Invece è arrivata la sorpresa. Niente era scontato, anche se in questa Procura e nei carabinieri ho sempre creduto. Sono andati a cercare dove nessuno prima aveva provato a farlo. È stato un lavoro faticoso e per questo non smetterò mai di ringraziarli».
Cosa ha provato quando ha saputo della richiesta di rinvio a giudizio: «Un senso di squallore, perché ho sempre creduto che la morte di Serena poteva essere evitata».

GLI ORGANI SPARITI
Guglielmo è convinto, come la Procura, che si siano tutti gli elementi per andare al processo: «Spero che la salute mi assista, e in questo Serena non mancherà di aiutarmi come fatto in questi anni. Voglio partecipare a tutte le udienze per guardare gli imputati negli occhi. Sono loro che dovranno abbassare lo sguardo. Io non ho mai avuto paura e certo non l'avrò ora che si sta avvicinando il momento della verità».
La verità. In questi lunghi 18 anni è stata la stella polare di Guglielmo. E continua ad esserlo su altri aspetti collegati all'omicidio di sua figlia, come la sparizione, dopo la prima autopsia, degli organi genitali e di una parte della fronte. Circostanza riportata nella perizia della professoressa Cristina Cattaneo dopo la riesumazione della salma e rivelata nei mesi scorsi da Il Messaggero: «La vicenda non finisce qui, andrò fino in fondo. Dopo che si sarà chiusa questa prima fase, presenterò una denuncia per individuare i responsabili di questo fatto molto grave. Come possono sparire degli organi. Ammesso che siano andati distrutti perché deteriorati dopo le analisi per quale ragione nessuno me lo ha comunicato all'epoca. Il corpo di una persona deve essere rispettato, a maggior ragione se è morta».

L'APPELLO DI MARIA TUZI
È un giorno importante anche per Maria, figlia del brigadiere Santino Tuzi morto suicida nel 2008. Secondo la Procura, grazie alle nuove verifiche richieste dai familiari, anche la morte del carabiniere è collegata all'omicidio di Serena Mollicone. Santino Tuzi aveva rotto il muro di omertà raccontando di aver visto entrare la ragazza in caserma e di non averla vista più uscire. Poche settimane dopo il brigadiere si suicidò perché, secondo l'accusa, non resse alla pressione esercitata dal collega Vincenzo Quatrale (presente anche lui in caserma il 1 giugno 2001) che lo invitava a ritrattare, come proverebbe una intercettazione ritrovata dai carabinieri.
«Il processo - racconta Maria - ci darà modo di conoscere tutti gli elementi riguardanti la morte di mio padre. Spero che qualcuno ora inizi a parlare, come aveva cominciato a fare mio padre. Sono convinta che sono ancora in tanti a sapere cosa sia accaduto diciotto anni fa e in quelli successivi. Ora è arrivato il momento di raccontare tutto, nessuno deve avere più paura, saranno tutelati dalla giustizia, come purtroppo all'epoca non lo fu mio padre». Ultimo aggiornamento: 1 Agosto, 15:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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