Frosinone, vivono in due in una baracca ai Cavoni: «Senza il mio amico sarei già morto»

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Sabato 30 Ottobre 2021, 12:13

L’odore nella baracca è nauseante, sa di chiuso, di opprimente. La sensazione, guardando in su, è che il soffitto possa cadere improvvisamente, se ci si concentra sulla precarietà del posto. L’orologio alla parete è fermo. Un letto, un divano usato per dormire, alcune coperte, un piccolo fornelletto, tutto avvolto nello sporco più totale. Il modo in cui sono posizionati gli oggetti fa quasi tenerezza, cerca di seguire una geometria che possa dare al posto una parvenza di “casa”.

Ma una casa non è, nonostante sia abitata da 2 uomini. Fa freddo, e la preoccupazione sale in vista dell’inverno. Ma Giovanni e Ciprian non hanno altro posto se non quello. È una sorta di “baracca”. Si trova nel quartiere “Cavoni”, Frosinone bassa.
 

Ciprian ha 42 anni, lineamenti eleganti, occhi chiari. Non ha un lavoro perché lui, lavorare non può più farlo. Alle spalle ha diversi problemi cardiaci, quasi un miracolato in quella sua vita disumana. E, se non bastasse, un piede rotto in 3 punti, dopo che un’auto gli è passato sopra, qualche mese fa. Non prende redditi né pensioni. Problemi burocratici, da più di 1 anno e mezzo, lo costringono a vivere nella baracca ai Cavoni.

Il calvario, per lui, arrivato in Italia nel 2007, è iniziato quando ha prima perso i vari lavori in cui si impegnava: muratore principalmente. Visti i problemi di salute, ovviamente, non ha potuto più portarli avanti. Viveva con sua madre, venuta a mancare circa 2 anni fa. Da lì, parte il suo tracollo esistenziale che lo ha portato allo stato attuale. Una volta si è sentito male, ci racconta, è svenuto. Ha aperto gli occhi e si è ritrovato in ospedale; senza, però, il borsello in cui teneva i documenti. Ora non ne ha più nessuno, solo fotocopie di atti rumeni scaduti e referti clinici, custoditi in una cartella gialla. Si sostiene con la poca elemosina che raccoglie ogni giorno e l’aiuto offerto dalla Chiesa del quartiere.

«Vorrei che qualcuno mi aiutasse a risolvere questi problemi burocratici – ci spiega- così posso prendere la pensione per la mia salute fisica e, finalmente, trovarmi un piccolo posto tutto mio. Devo andare all'ambasciata a Roma e, credo, anche in Romania. Ma come faccio, se non ho soldi e sono in questo stato? Chiedo aiuto per questo, a qualche Ente o associazione. Anche perché sta arrivando l’inverno e qui sarà dura». A causa del piede rotto, infatti, va in giro in stampelle. Tra l’altro, è sotto cura.

Ha bisogno di alcune punture. A fargliele, è l’altro “invisibile”. Si chiama Giovanni, anche lui rumeno, è in Italia dal 2005. Fino al 2012 ha lavorato nella provincia pontina, poi per lavoro si è trasferito nel capoluogo frusinate. Ha lavorato, in regola, come muratore per diversi anni. Da 3 anni, invece, è disoccupato. Ha resistito con le forme assistenziali, poi, però, finiti i soldi e con l’avvento del Covid, anche lui è diventato un senzatetto. Percepisce, almeno, il reddito di cittadinanza: «Ma non mi basta per vivere – ci spiega- anche perché quando cerco casa, mi chiedono un contratto di lavoro». Giovanni, con quel poco che ha, già da tempo aiuta Ciprian a resistere nella burrasca. Ora ancor di più, visto che, da più di 3 mesi, condividono la sorte nella “baracca”. Per lavarsi, usano l’acqua piovana o quella presa dalle fontanelle. «Cerco un lavoro stabile», afferma Giovanni, «so fare tutto», aggiunge con una punta di orgoglio che si apre nel suo sguardo duro. «Se qualcuno ha bisogno di un lavoratore, io ci sono. Muratore, giardiniere, pittore. Qualsiasi cosa. Ho anche fatto il vaccino anti Covid». Ciprian si avvicina, aggiunge: «Mi è sempre stato vicino, anche quando sono stato male. Senza di lui, sarei già morto». Vedendoli insieme, sembra quasi che l’uno esista solo nello sguardo dell’altro.
 

Matteo Ferazzoli

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