Un "computer" nel midollo per vincere il dolore, la seconda vita di Francesca: è lei una delle donne bioniche d'Italia

Sabato 31 Ottobre 2020 di Annalisa Maggi
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Una delle tre donne bioniche italiane è di Paliano. Se l’impianto che le hanno installato lo scorso 8 ottobre potesse registrare i gigabyte di forza, coraggio, determinazione e dolcezza che esprime il suo volto, gli impulsi elettrici diretti al cervello per anestetizzare i dolori atroci di cui soffre, avrebbero un’impennata costante.

Francesca Albanesi, architetto 38enne di Paliano, moglie, madre e oggi amministratrice di una società di ingegneria con sede a Roma, dove vive, e consulente di un’altra società di Frosinone, da quando aveva 18 anni (i problemi, scambiati per anoressia, erano cominciati a 14) è entrata e uscita dalle sale operatorie una decina di volte, cinque delle quali per curare una patologia cardiologica rara con interventi di microchirurgia a cuore aperto. Nel frattempo ha frequentato l’università.«Mi alzavo alle cinque e mezza tutte le mattina per andare a Roma a fare la riabilitazione, poi mi recavo all’università per seguire le lezioni». E la laurea in architettura è arrivata.

L’arrivo di Nicolò e il nuovo calvario

Il destino, intanto, le aveva fatto incontrare Marco, un ingegnere originario di Veroli, che in sei mesi è diventato suo marito.«Quando ci siamo conosciuti – racconta Francesca – Marco era stupito di come affrontavo la vita, sempre a testa alta». Contro il parere dei medici Francesca nel 2014 ha coronato il suo sogno mettendo al mondo Nicolò.

Dopo il parto, però, un nuovo calvario.«Stavo male e per i dolori svenivo costantemente». Dagli accertamenti si scoprì che aveva una massa tra utero e retto oltre a placche diffuse di endometriosi. Nel 2015 ha affrontato la chemio ormonale che però non ha dato gli effetti sperati tanto da dover affrontare un nuovo intervento per asportare l’utero, pulire l’infezione e rimuovere anche la colecisti.

La bella architetta, nel 2017, non si è fatta mancare nemmeno una pancreatite acuta. «Ricordo che ero a casa con Nicolò e fu proprio lui, aveva solo 3 anni, a aiutarmi a chiedere soccorso».

Nel 2019, purtroppo, la situazione stava precipitando, l’endometriosi maligna aveva compromesso i nervi dell’intestino cieco che le ha provocato una occlusione intestinale e una sofferenza fortissima amplificata da una mutazione genetica. Finita di nuovo sotto i ferri, Francesca continuava a stare male.

La sperimentazione al "Sanra Andrea"

La svolta, nel lungo percorso di sofferenza fisica è arrivata grazie alla sperimentazione di una tecnica innovativa che in Italia è stata messa a punto da un pool di medici tra i quali il professore Roberto Arcioni, responsabile dell’Unità Operativa di Terapia del Dolore presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Sant’Andrea di Roma e professore presso l’Università La Sapienza di Roma.

Si tratta di un sistema di stimolazione del midollo spinale per il trattamento del dolore cronico costituito da generatori d’impulsi impiantabili. In pratica il cervello viene “ingannato” con la stimolazione elettrica che interrompe il segnale del dolore. Grazie a uno di questi sistemi Francesca Albanesi finalmente è riuscita quantomeno a migliorare la qualità della vita. E da guerriera quale ha dimostrato sempre di essere, dopo due sole settimane dall’intervento di installazione dell’impianto definitivo, collegato a un telecomando che regola gli impulsi e l’intensità, si è rimessa in macchina, al lavoro e soprattutto a fare la mamma che è l’occupazione a cui tiene di più.

«Il mio percorso è ancora lungo però già il fatto che ne posso parlare ed essere utile ad altri pazienti in condizioni simili alla mia credo sia un importante segnale di speranza. Nonostante tutto quello che ho patito – dichiara Francesca - non ho mai permesso alla malattia di togliermi il sorriso ed è ciò che auguro a tutti: continuare a sorridere sempre».

Ultimo aggiornamento: 1 Novembre, 15:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA