Costretti in casa, il 78% dei frusinati
è in preda a crisi di ansia

In casa cresce l'ansia
di Aldo Simoni
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Giovedì 26 Marzo 2020, 06:50 - Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 09:27

Romeo ha 50 anni. Dopo la perdita del lavoro ha cominciato ad avere problemi psichici e da 5 anni è seguito dal Centro Diurno della Asl di Frosinone. Lì è controllato dagli specialisti e  una volta a settimana si organizzano incontri collettivi, la cosiddetta “terapia di gruppo” dove tutti i pazienti si ritrovano insieme a psicologi e psichiatri. Per Romeo quell’incontro è importantissimo perchè rappresenta un momento di confronto dove viene ascoltato. Capito. E così la vita di Romeo scorre più o meno tranquillamente.
Ora, però, l’emergenza sanitaria ha stravolto tutto. Gli incontri settimanali sono saltati perchè devono essere rispettate le distanze minime. E Romeo (in ossequio alle direttive del Governo) è costretto dentro casa, perdendo anche quelle occasioni di «vita comune».
Le conseguenze? «Saltando la “terapia di gruppo” si rischia di aggravare delle patologie già al limite» spiegano dal Centro Diurno della Asl di Frosinone.
Certo, i servizi essenziali (per con le dovute norme di sicurezza e le distanze tra  individui) sono assicurati, ma il problema è particolarmente delicato.
«Le conseguenze di questa "reclusione domestica" sono di due tipi  - spiega il dottor Nando Ferrauti,  direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl di Frosinone  - in un caso abbiamo riscontrato che l’obbligo a restare in casa ha responsabilizzato alcuni pazienti che, quindi, hanno avuto dei giovamenti; in un altro caso, invece, abbiamo riscontrato l’effetto opposto, ossia un aggravamento della patologia dovuta, appunto, all’isolamento».
Anche i medici di famiglia hanno evidenziato queste situazioni: la maggior parte dei pazienti (che non possono andare di persona presso lo studio) telefonano in continuazione lamentando crisi di  ansia.
Dunque, il susseguirsi dei decreti su Covid-19 e le continue, necessarie, restrizioni alla libertà di spostamento delle persone hanno delle conseguenze non solo a livello economico, ma anche sulla psiche dei cittadini. 
Proprio per capire come gli italiani stanno vivendo questo momento di quarantena, l’Eurodap (Associazione europea per il disturbo da attacchi di panico) ha realizzato un sondaggio per Adnkronos Salute.
Dai risultati, è emerso che il 68% dei frusinati sta vivendo molto male la possibilità di uscire di casa solo per valide ragioni. E quindi solo il 7% afferma di trovare beneficio nel rimanere a casa e nel dedicarsi alla famiglia. Mentre nel 78% dei casi il sentimento dominante è l’ansia e il senso di oppressione, il 13% ammette di essere nervoso e solo il 9% dichiara di vivere serenamente questo momento.
«Alla diffusione di questo malessere - aggiunge Eleonora Iacobelli, psicoterapeuta - concorrono sicuramente diverse cause, tra cui l’obbligo di rimanere in casa, lo stato di paura e la tensione per poter contrarre la malattia e l’impossibilità di socializzare».
«É evidente che questa situazione crea un disagio psicologico in misura importante e molto diffuso. La difficoltà, o in alcuni casi, l’impossibilità di essere produttivi (come la società moderna ci ha abituati ad essere)  genera in noi molto stress e frustrazione»,  riflette Iacobelli. 
Dunque, fino al giorno in cui resteranno in vigore queste prescrizioni, Romeo come dovrà regolarsi? Cosa potranno fare i pazienti che, come lui, soffrono ancor di più quest’isolamento?
«Ci siamo subito resi conto della gravità del  problema - risponde il dottor Nando Ferrauti - ed abbiamo attivato subito un servizio telefonico, attivo 24 ore su 24, a disposizione di tutti i nostri pazienti. Siamo gli unici ad averlo fatto nel Lazio. Così, i nostri specialisti rispondono continuamente alle problematiche che vengono esposte. Dall’8 marzo abbiamo ricevuto 400 chiamate, il 30 per cento negli orari notturni».
«C’è poi un altro aspetto che non va trascurato - riflette Ferrauti - ossia la paura del contagio e della pandemia. Per cui basta un colpo di tosse o una linea di febbre e subito si contatta il medico di famiglia o l’ospedale più vicino.  Nel 90% dei casi sono falsi allarmi, ma questa paura non fa altro che mandare in tilt il nostro servizio sanitario» conclude Ferrauti.

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