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Impiegata del Comune di Cassino morta di Covid, chiesto mezzo milione di risarcimento

Impiegata del Comune di Cassino morta di Covid, chiesto mezzo milione di risarcimento
di Vincenzo Caramadre
3 Minuti di Lettura
Giovedì 11 Agosto 2022, 08:09 - Ultimo aggiornamento: 13 Agosto, 14:00

Muore dopo essere stata contagiata dal Covid-19: i familiari portano in tribunale il Comune dove lavorava e l'Inail e chiedono un maxi risarcimento da mezzo milione di euro.

La vicenda giudiziaria è scaturita dal decesso, avvenuto nella primavera del 2021, di una dipendente del Comune di Cassino. Gli eredi della donna, tramite l'avvocato Francesco Malafronte, hanno avanzato la richiesta di risarcimento del danni, ma sia il Comune, sia l'Inail avrebbero glissato sull'istanza stragiudiziale, per giungere ad un accordo preventivo per evitare la causa civile.

«Non c'è mai stata risposta alla nostra istanza di conciliazione, siamo andati avanti e ora siamo in attesa che il tribunale fissi la prima udienza», è stato spiegato dalla difesa. L'azione avviata dalla famiglia della donna è la prima che arriva, almeno in Ciociaria, e che dovrà essere valutata dal giudice.

Le mosse dell'azione legale sono state valutate in base a due principi, uno squisitamente giuridico e l'altro di fatto. Per quel che concerne il primo aspetto la difesa dei familiari della donna ha inquadrato la questione nell'alveo dell'infortunio sul lavoro.

LE MOTIVAZIONI

E' stato spiegato: «Le patologie infettive contratte in occasione di lavoro - sostiene la difesa - sono da sempre inquadrate e trattate come infortunio sul lavoro dal momento che la causa virulenta è equiparata alla causa violenta propria dell'infortunio, anche nell'ipotesi in cui gli effetti propri del contagio si manifestino dopo un certo lasso di tempo». Il secondo aspetto riguarda la mansione espletata.

La lavoratrice, infatti, era a stretto contatto con i pubblico ed è lì che avrebbe contratto il Coronavirus che, nel giro di una settimana, le attaccò le vie respiratorie stroncandole la vita. Ma anche questo aspetto, poi, è sorretto, almeno dal canto della difesa, da un principio giuridico. La difesa ha ritenuto una presunzione semplice, dimostrare che, in piena emergenza pandemica, l'infezione sia avvenuta sul posto di lavoro.

«Il riconoscimento dell'origine professionale del contagio - è stato ha spiegato - si fonda su un giudizio di ragionevole probabilità che l'infezione sia avvenuta in contesto lavorativo ed è del tutto estraneo a qualsivoglia valutazione circa l'imputabilità di eventuali comportamenti omissivi in capo al datore di lavoro che ne possano aver determinato il contagio».

Il caso era già emerso a settembre dello scorso anno, ma ora a distanza di un anno, nulla è cambiato, per questo la famiglia della donna ha proseguito nell'azione giudiziaria. Si tratta di un caso che è arrivato in piena pandemia e per il quale non esistono precedenti giurisprudenziali consolidati, per cui dipanare la matassa è assai complicato. Resta, tuttavia, la determinazione dei familiari della stimata dipendente comunale, i quali non si sono rassegnati e ora sono pronti ad affrontare la questione in tribunale.
 

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