Cassino, Migranti e mazzette: ecco perchè è stato condannato Antonio Salvati

Cassino, Migranti e mazzette: ecco perchè è stato condannato Antonio Salvati
di Vincenzo Caramadre
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Domenica 30 Maggio 2021, 15:13

La piena attendibilità della vittima che non aveva alcun movente per mentire, i riscontri alle dichiarazioni rese nel corso delle indagini e durante il processo e la disponibilità dei soldi, in contanti, per pagare la maxi tangente da 250 mila euro.  

Sono i tre punti focali che il collegio penale del Tribunale di Cassino (composto dai giudici Perna e Gioia) ha ritenuto essenziali per pronunciare la sentenza di condanna a sei anni e sei mesi per Antonio Salvati, ex sindaco di San Giovanni Incarico ed ex presidente dell’Unione dei Comuni Antica Terra di Lavoro. Il processo conclusosi a dicembre scorso ha visto Salvati alla sbarra per una maxi tangente che il commercialista Saverio Rea (assistito dall’avvocato Luciano Menga) avrebbe versato in più tranche per evitare ritardi nel pagamento delle fatture per la gestione di un progetto di accoglienza migranti, proprio per conto dell’Unione dei Comuni, quando a presiederla era Salvati.

A chiedere e ottenere la condanna lo scorso dicembre era stato il sostituto procuratore Alfredo Mattei, il quale ha diretto le lunghe e complesse indagini dei carabinieri. Ora sono state depositate le motivazioni. Una sentenza di 85 pagine, dove nella prima parte vengono ricostruite le fasi del dibattimento e nella seconda le motivazioni. Tutto, o quasi, ruota attorno al racconto-denuncia del commercialista Rea. Il resto ai riscontri.

In sintesi Rea ha raccontato di aver corrisposto a Salvati, per ottenere la liquidazione delle fatture per la gestione del progetto di accoglienza gestito dalla Cooperativa Integra 2013, tra il 2013 e il settembre 2017, 250 mila euro. Rea ha raccontato, inoltre, di aver ricevuto minacce, del tipo: “Se non paghi vengo a casa tua e ti taglio il collo”. Oppure: “So dove vanno a scuola i tuoi figli”.

Il collegio ho ritenuto che la “narrazione di Rea sia stata confermata sia dalle escussione dei testi del Pm, sia dagli elementi oggettivi raccolti nel corso delle indagini”

Elemento molto discusso nel corso del processo è stata la disponibilità, in contanti, di 250 mila euro da parte di Rea. Quest’ultimo ha sostenuto di averli ricevuti dai familiari che li riponevano in una damigiana. Erano i risparmi di una vita. Sul punto il collegio ha sostenuto che, “per quanto singolare, non sia inverosimile”. Anche perché “le fonti di reddito indicate, benché non particolarmente elevate, nel tempo hanno permesso di accumulare la somma pari a 250 mila euro”.

Sugli accertamenti eseguiti il Tribunale ha posto l’accento su uno schema redatto dai carabinieri della compagnia di Pontecorvo, i quali nel corso delle indagini hanno analizzato il traffico telefonico intercorso tra Salvati e Rea nei periodi in cui si avvicinavano i pagamenti delle fatture. Il picco di contatti è stato definito dai giudici Perna e Gioia “uno dei principali riscontri al racconto della persona offesa”.

A Salvati, come noto, non sono state concesse le attenuati generiche perché i giudici hanno valutato, negativamente, l’atteggiamento tenuto nel corso delle indagini. Scrive il collegio: “Salvati ha tentato, come emerge dalle intercettazioni, di avvicinare i testimoni e condizionarli, nonché esercitare di fatto la carica di Presidente dell’Unione dei Comuni nonostante il provvedimento di sospensione del Prefetto. Tali condotte non possono essere compensate dall’atteggiamento processuale presente e rispettoso”.

La difesa di Salvati (rappresentata dagli avvocati Dario De Santis e Ivan Santopietro), ha già annunciato che presenterà appello e si concentrerà sugli “elementi a discolpa”.

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