Napolitano bis, il precedente: la rielezione del Capo dello Stato al sesto scrutinio nel 2013

Napolitano bis, la rielezione del Capo dello Stato al sesto scrutinio
di Stefania Piras
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Sabato 29 Gennaio 2022, 15:08 - Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio, 17:17

Per l'occasione, il Napolitano bis, lo soprannominarono "Re Giorgio" affidandogli quel potere taumaturgico che i leader di partito cercano, ancora una volta, oggi andando in pellegrinaggio da Sergio Mattarella. Il potere di non andare alle elezioni, di lasciare tutto com'è. L'unico precedente di un secondo mandato al Colle avvenne nove anni fa, nel 2013 con la rielezione di Giorgio Napolitano, dopo la mancata convergenza su Romano Prodi, silurato da ben 101 franchi tiratori.

Ecco cosa successe quando per la prima volta un Capo dello stato uscente è stato rieletto al Quirinale. Giorgio Napolitano fu rieletto Capo dello Stato al VI scrutinio. La votazione: il 20 aprile 2013, la scadenza del settenato del presidente era fissata al 15 maggio 2013. Quando pronunciò il suo secondo discorso di insediamento, percorso da vibranti strigliate ai partiti, lo concluse sottolineando che non esistono poteri salvifici. «Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione "salvifica" delle mie funzioni». 

Il contesto era questo: il parlamento era nuovo di zecca, due mesi prima si erano celebrate le elezioni politiche con una legge elettorale proporzionale corretta da un premio di maggioranza (la legge Calderoli ribattezzata Porcellum), il cui esito Pierluigi Bersani, che non riuscì a formare un governo, sintetizzò così: «Chi non riesce a garantire la governabilità al suo paese non può dire di aver vinto le elezioni. E quindi noi non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi». Il governo si formò soltanto dopo, e grazie, alla rielezione di Giorgio Napolitano. A capo di quell'esecutivo che durò neanche un anno andò l'attuale segretario del Pd Enrico Letta. 

All'epoca Napolitano aveva 88 anni (Sergio Mattarella ne ha 81), e i partiti lo supplicarono di tornare in servizio dopo aver impallinato le candidature di due pesi massimi: Franco Marini e Romano Prodi. 

Ricostruiamo quei giorni e cerchiamo di capire quali differenze spiccano rispetto a oggi. 

Anche nove anni fa il presidente della Repubblica lanciò un potente monito«I partiti collaborino, ora la parola al mio successore». Anche nove anni fa il presidente dichiarò un chiaro "Non possumus", e sentenziò la sua non disponibilità al rinnovo del mandato per una questione di età e anche perché non consueto, non previsto. Il bis di un capo dello stato era visto in contrasto con l'impianto repubblicano. Anche nove anni fa i partiti non collaborarono e il suo successore non si trovò, per cui Napolitano dovette succedere a se stesso. 

I candidati bruciati

Prima di andare alle elezioni i partiti che presero più voti alle elezioni (Pd e Movimento 5 stelle) cercarono di proporre un proprio candidato. Il Movimento 5 Stelle organizzò delle votazioni online con i propri iscritti e propose al Pd di convergere insieme sul nome di Stefano Rodotà. Ma alcuni parlamentari e delegati regionali del PD tirarono fuori un altro nome, quello di Franco Marini che aveva sponde centriste e anche di centrodestra. Ma l'ex presidente del Senato alla prima votazione, il 18 aprile 2013, in cui serviva una maggioranza qualificata (672), non ce la fece e si fermò a 521 voti. Così la sua candidatura venne ritirata e il Pd di fatto bruciò un suo uomo. A partire dalla quarta votazione, quella in cui 504 voti sarebbero bastati a eleggere un nuovo presidente, spuntò ufficialmente il nome di Romano Prodi.

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I 101 - E qui si consuma il dramma dei franchi tiratori che sconvolge i dem. Prodi, padre nobile del Partito democratico si ferma a quota 395 voti: quelli a disposizione dell'intera coalizione sulla carta almeno erano molti di più, erano 493. Prodi non raggiunge, così, la maggioranza assoluta ma soprattutto emerge con forza che nemmeno il suo partito e l'area di centrosinistra che avrebbe dovuto fare quadrato su di lui, lo vota. Ci sono ben 101 franchi tiratori all'interno della compagine di centrosinistra che lo impallinano. E la debolezza del centrosinistra è sotto gli occhi di tutti: quell'ampia alleanza che si era presentata alle elezioni due mesi prima e le aveva "non vinte" come detto da Bersani, anche con quei 101 voti non avrebbe eletto Prodi. Una sconfitta politica eclatante che portò alle dimissioni di Rosy Bindi da presidente del PD e a quelle di Pier Luigi Bersani da segretario.

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La mattina del 20 aprile inizia il pellegrinaggio al Quirinale per supplicare Napolitano di accettare un secondo mandato da presidente. 

Gli scrutini

I grandi elettori erano 1007, i voti delle principali coalizioni e dei partiti erano così ripartiti: centrosinistra 493 voti, centrodestra 269, M5S 163, Centro 71. Il primo scrutinio (maggioranza dei due terzi) fu il 18 aprile 2013: Franco Marini prese 521 voti e Napolitano 10. Alla seconda votazione il più votato è il candidato portato dal M5S: Stefano Rodotà con 230 preferenze e (Napolitano 4). Al terzo e ultimo scrutinio in cui serve una maggioranza qualificata guidò ancora Stefano Rodotà con 250 voti (Napolitano 12). Al quarto scrutinio, quello in cui serve una maggioranza assoluta (504) per eleggere il Capo dello Stato si consumò l'omicidio politico contro Romano Prodi che si fermò a 395 voti (Napolitano 2) e subì i famosi 101 franchi tiratori. Al quinto scrutinio tornò in testa alle preferenze Stefano Rodotà con  210 voti mentre al secondo posto spuntò Giorgio Napolitano con appena 20 schede. Lo stallo evidente e il centrosinistra collassato e lacerato dalla mancata elezione di Prodi determinarono un'accelerazione. Per cui si procedette spediti verso la riconferma di Giorgio Napolitano che fu rieletto al sesto scrutinio, il 20 aprile 2013, con 738 voti su 997. Ben oltre i 672 voti della maggioranza qualificata richiesta ai primi tre scrutini. 

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