Elezioni, vince la coalizione che arriva al 38%: decisivi i collegi uninominali al Centro e al Sud

Nella stima YouTrend, è la soglia per ottenere la maggioranza anche al Senato

Elezioni, vince la coalizione che arriva al 38%: decisivi i collegi uninominali al Centro e al Sud
di Alberto Gentili
7 Minuti di Lettura
Sabato 24 Settembre 2022, 23:59 - Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 11:36

Dopo una campagna elettorale giocata da tutti, ma in particolare da Giorgia Meloni e da Enrico Letta come uno spartiacque della storia, i risultati di questa notte non avranno toni di grigio. Sarà vittoria o sconfitta. E in gioco sono i destini dei leader e il futuro dei singoli partiti

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Con il “Rosatellum” nulla è però scontato. Perché i due terzi dei 600 seggi di Camera e Senato (400 Montecitorio, 200 palazzo Madama) sono assegnati con il proporzionale e 1/3 nei collegi uninominali dove vince il candidato più votato. Dunque, sulla carta, dovrebbe essere il centrodestra a farla da padrone essendo la coalizione più ampia. Ma le sorprese non possono essere escluse se il centrosinistra dovesse tenere bene nelle Regioni rosse e i 5Stelle dovessero raggiungere in alcuni collegi del Sud percentuali attorno o sopra il 30%.

LA SOGLIA
Il «numero magico» che potrebbe indicare il raggiungimento di una maggioranza autosufficiente in Parlamento è il 38% secondo Youtrend. E’ questa la soglia a cui guardare domani sera una volta chiuse le urne. Dunque, qualora il centrodestra ottenesse una «percentuale significativamente più alta, sarà molto difficile che la coalizione non abbia la maggioranza». Certo, viene sottolineato, particolare attenzione meritano i dati che riguardano il Senato dove «per via dei numeri più ristretti e della presenza dei senatori a vita è più difficile avere una maggioranza solida». 


Tra i fattori principali da monitorare ci sono i collegi uninominali in Toscana e Emilia Romagna al Senato: qualora il centrosinistra ne vincesse «almeno cinque su nove» il segnale andrebbe letto come un’indicazione della possibilità di «tenuta del muro rosso», sottolinea Youtrend. E sempre perché la partita fra centrodestra e centrosinistra sia aperta, «è necessario» che il centrosinistra vinca almeno una buona parte delle grandi città (Roma, Torino, Milano, Bologna e Firenze). Infine, altro «fattore importante» potrebbe essere, appunto, la tenuta del M5s nelle Regioni meridionali.

CENTRODESTRA
Meloni in ascesa
ma il vero nodo
sono gli alleati

Comunque vada a finire, per Giorgia Meloni sarà un successo. Partita dal 4,3% delle elezioni del 2018, transitata per il 6,4% delle europee del 2019, la presidente di Fratelli d’Italia è accredita come primo partito. Il problema, per Giorgia, però sono gli alleati. La loro gestione. Forza Italia, con Silvio Berlusconi giudicato ormai al tramonto, non spera di replicare il 14% del 2018, ma conta almeno di essere determinante per tenere in piedi la maggioranza di centrodestra in modo da ergersi a paladina dei «buoni rapporti» con la Ue. La Lega, invece, dovrà fare i conti con il nodo della leadership se dalle urne dovesse uscire con le ossa rotte. C’è già chi scommette su Matteo Salvini (che rischia di essere doppiato da FdI anche al Nord) defenestrato dall’ala moderata incarnata da Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia e Max Fedriga. Un epilogo che potrebbe risultare utile a Meloni, in caso di vittoria, nella formazione dell’eventuale governo: Salvini rappresenta un problema sul fronte della collocazione euro-atlantica, dei rapporti con la Ue e della tenuta dei conti pubblici. E Meloni tutto vuole tranne che allarmare le cancellerie europee dando spazio al leader della Lega. Quello dello scostamento di bilancio, della flat tax per tutti e delle critiche alle sanzioni contro Putin.
 

CENTROSINISTRA
Letta in bilico:
sotto il 20 per cento
via al congresso

«Il nostro lavoro non finisce oggi, è appena cominciato», ha detto Enrico Letta venerdì sul palco di piazza del Popolo. Ma il segretario del Pd, che il governatore campano Enzo De Luca ha definito «né scoppiettante, né pirotecnico», domani o nei prossimi giorni potrebbe passare la mano. Cominciata la campagna elettorale puntando a essere il «primo partito», a urne chiuse Letta rischia di essere costretto alle dimissioni se il Pd dovesse scendere sotto il 20%. Se l’eventuale vittoria del centrodestra dovesse rivelarsi schiacciante. E se i 5Stelle di Giuseppe Conte dovessero riuscire nell’impresa, giudicata impossibile fino a qualche settimana fa, di sorpassare i dem. Stefano Bonaccini, il governatore dell’Emilia Romagna, è già pronto a scalare la segreteria forte del sostegno di alcuni sindaci come Dario Nardella, Antonio Decaro e forse Giuseppe Sala. Ma c’è chi suggerisce un percorso più lento: apertura della fase congressuale e resa dei conti solo dopo marzo, in modo da non andare alle elezioni regionali nel Lazio, in Lombardia e in Friuli con un partito sottosopra. E, in quell’occasione, tentare di ripescare l’alleanza con i 5Stelle. Non a caso lo stesso Letta, sempre venerdì, ha ribadito il “no” a Conte colpevole di aver fatto cadere Draghi salvo aggiungere: «In futuro si vedrà».
 

TERZO POLO
Calenda e Renzi
già al lavoro
sul nuovo partito

È stato Carlo Calenda in persona a fissare la soglia di soddisfazione: «Se andiamo sotto il 10% non sono contento». Ma in molti nel Terzo Polo giudicano un «buon risultato» anche l’8%. Di certo, come hanno annunciato Calenda e Matteo Renzi, dalla prossima settimana «comincia la costruzione del partito unico di liberali, riformisti, europeisti». Sotto il segno di Renew Europe, la forza politica che incarna il macronismo in Europa. «Saremo primi alle elezioni europee del 2024», ha azzardato il senatore di Rignano. Da stabilire chi sarà il leader: «Faremo le primarie», dice un alto dirigente di Italia viva. Ma al di là del nuovo partito, Calenda e Renzi scommettono di poter tornare presto in partita, «riportando Draghi al governo». La ragione: «Se il centrodestra dovesse vincere in 4-5 mesi saremmo di nuovo al default come nel 2011», predica il front-man del Terzo Polo che ricorda quando Berlusconi fu sostituito in corsa da Mario Monti.  Di certo, nel ruolo di Polo di centro, “Italia sul serio” ha una capacità di movimento che né il Pd, né i 5Stelle di Conte possono vantare. In linea di principio possono guardare sia verso sinistra, sia verso destra. «Ma mai con la Meloni», hanno già fatto sapere Calenda e Renzi, che così hanno chiuso la porta a un eventuale sostegno al possibile governo di centrodestra.

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CINQUESTELLE
Conte si prende
il Movimento
No ad alleanze

Dopo anni di batoste elettorali collezionate in Regioni e Comuni, Giuseppe Conte è convinto di respirare «aria nuova». Di certo i 5Stelle non vinceranno le elezioni, ma una campagna elettorale giocata rispolverando e cavalcando l’antico populismo, ergendosi a paladino del reddito di cittadinanza e scegliendo una linea terzista sulla guerra in Ucraina, hanno rivitalizzato il Movimento. Che ora non è più di Beppe Grillo, assente in presenza e in spirito perfino nell’ultimo comizio. Evaporati il fondatore, Raggi e Di Battista, ora i 5Stelle sono saldamente in mano a Conte. Che si sente «liberato» anche dall’addio di Luigi Di Maio: «La scissione è stata la nostra salvezza». Difficile che il nuovo capo a 5Stelle, che ha nel Sud il suo bacino elettorale, imbocchi la strada di nuove alleanze. Più probabile, anzi quasi certo, che riporti il Movimento alle origini. Solo contro tutti. Salvo cambiare in corsa la strategia, se l’eventuale governo di centrodestra dovesse collassare a causa delle divisioni interne o dal precipitare del quadro economico o geopolitico. In quel caso la voglia di tornare in gioco potrebbe spingere Conte a partecipare a una riedizione delle larghe intese. Più difficile un nuovo patto con il Pd, a meno che Enrico Letta venisse sostituito da Stefano Bonaccini che al M5S non ha mai chiuso.

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