Bollette e energia, il Pd apre: sì all’accordo. Ma c’è il nodo coperture

Letta pronto alla tregua sul gas. «Ma niente larghe intese con Fratelli d’Italia»

Bollette e energia, il Pd apre: sì all accordo. Ma c è il nodo coperture
di Francesco Bechis
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Domenica 11 Settembre 2022, 09:40 - Ultimo aggiornamento: 09:41

Guai a parlare di larghe intese. E tantomeno di «inciuci» post-voto. Enrico Letta non ci sta: «Il 25 settembre o vince la destra o vinciamo noi». Da Alessandria, prima tappa del tour piemontese, il segretario del Pd cala il sipario sulla presunta disponibilità a un nuovo governo di salute pubblica. «Chi vince governa, con il sistema uninominale non c'è la medaglia d'argento per chi arriva secondo». E dunque, chiarisce a scanso di equivoci, la suggestione di un accordo con la leader di FdI Giorgia Meloni per affrontare insieme la tempesta d'autunno «non ha alcun senso»: «Se perdiamo stiamo all'opposizione. Non ci saranno inciuci o operazioni non trasparenti che nessuno comprenderebbe».

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L'APERTURA A FDI
A telecamere accese, quindi, la linea resta quella dello scontro frontale. All'insegna del motto scegli che da settimane campeggia sui manifesti elettorali. Dietro le quinte, però, le aperture non mancano. All'appello della Meloni, che propone una tregua in aula per intervenire subito contro il caro-bollette, dal Nazareno rispondono sì. E anzi ci mettono su il cappello, «lo diciamo dall'inizio della campagna». Con tanto di frecciatina a Matteo Salvini e Carlo Calenda che, a differenza di Meloni, invocano riunioni d'emergenza anche fuori dal Parlamento, «loro cercano solo una photo-opportunity». Gli spazi sono ristretti, i tempi anche di più. Da una parte il dl-aiuti bis su cui prosegue il braccio di ferro tra partiti al Senato. Sono 17 i miliardi di euro che rischiano di saltare - avvisano da Palazzo Chigi - se dovesse proseguire lo stallo sul Superbonus, con il governo che vorrebbe mantenere la responsabilità solidale sulla cessione dei crediti e il Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte che chiede di rimuoverla. In attesa del voto slittato a martedì sono scesi in campo i pontieri, Pd incluso, con la proposta di scorporare il passaggio discusso e inserirlo in un altro decreto, magari il dl Aiuti-ter. In quest'ultimo provvedimento sono riposte le speranze per un intervento al fotofinish della legislatura che allevi il peso delle bollette su famiglie e imprese.

Sul piatto - ha chiarito il governo nel Cdm di giovedì - ci sarebbe un tesoretto di 12-13 miliardi ricavato dall'extragettito tributario. Non è abbastanza, notano da FdI. Anche qui trovando la sponda dei dem. «C'è una strada per aumentare le risorse a disposizione», spiega Antonio Misiani, responsabile Economia nella segreteria di Letta e già viceministro al Mef. Come? «Con un'estensione e un eventuale aumento dell'aliquota sugli extra-profitti», precisa. Dopotutto i contributi incassati lo scorso 31 agosto - così dicono le stime di via XX settembre - sono assai inferiori alle previsioni. Non solo al di sotto della soglia prevista dei 10 miliardi e mezzo, ma lontani anche da quei 4,2 miliardi attesi per giugno. Di qui l'idea di rincarare e trovare così le risorse per l'ultimo decreto del governo: «Basta inserire una norma nel Dl Aiuti-ter con una proroga e un innalzamento dell'aliquota oltre il 25%», dice Misiani. Dalla segreteria gli fa eco Enrico Borghi, responsabile Sicurezza: «Se il costo dell'energia è più che decuplicato, è evidente che qualcuno ci ha guadagnato ed è normale chiedere un contributo in più piuttosto che fare altro debito», riflette.


LE CONVERGENZE
E qui c'è l'altra congiuntura tra Pd e FdI. Quel niet a uno scostamento di bilancio che tanto Letta quanto Meloni considerano un guaio e un pessimo biglietto da visita a Bruxelles. Oltre al fatto - ragionano al Nazareno - che sforare il deficit prima ancora di riuscire a disaccoppiare il prezzo del gas dalle energie rinnovabili significa «regalare 25-30 miliardi di euro alla speculazione delle aziende che continuano a farci extra-profitti». Una posizione allineata, «quasi sovrapponibile», notano soddisfatti da entrambi i lati. E certo distante da chi, come Salvini e Conte, invoca lo scostamento. Con la tacita accondiscendenza di Calenda, «vuole riportare Draghi a Chigi e sostiene l'esatto opposto», punzecchia Borghi. Proprio come dalle fila meloniane, dal Nazareno sono convinti che si può e si deve agire subito. Tre le priorità, ha spiegato ieri Letta. «Il primo è il disaccoppiamento tra prezzo del gas e delle rinnovabili. Se non accettano di farlo a livello europeo, va fatto intanto a livello nazionale». Poi «il raddoppio del credito di imposta per tutte le attività, per quelle energivore dal 25% al 10%, per le altre dal 15 al 30». Infine una proposta-bandiera dei dem per competere a sinistra, «una bolletta luce sociale» allargata alle famiglie con Isee fino a 15-20mila euro. E poi ancora «una moratoria per le aziende sulle bollette» e la rateizzazione degli «impegni non sostenibili». Misure «con oneri ridotti o quasi inesistenti per lo Stato», precisano dalla dirigenza Pd. Appuntamento in Parlamento, dunque, per una mini-manovra, questa sì, di salute pubblica. Che vale anche una tregua tra arci-avversari nell'ultimo miglio di campagna elettorale.

 

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