Compromesso Ue/ Il fardello che resta sulle spalle dell’Italia

Sabato 11 Aprile 2020 di
Dopo infinite e complesse discussioni, il compromesso fra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa è stato finalmente raggiunto. 
Già questa dovrebbe essere di per se stessa una bella notizia perché il tono ed il contenuto delle controversie era arrivato ad un livello di oggettiva pericolosità. 
Naturalmente, come dopo ogni compromesso, tutti cantano vittoria e tutti hanno ragioni per farlo perché si partiva da due posizioni ritenute inconciliabili in quanto fondate su vitali problemi di politica interna.

I principali partiti di governo di Germania e Olanda, sotto la minaccia dell’estrema destra interna, sono infatti paladini di un’ormai eterna battaglia contro la presunta irresponsabilità dei paesi del sud e stanno progressivamente perdendo di vista il disegno europeo costruito per raggiungere comuni obiettivi.
A loro volta i responsabili della politica dei Paesi del sud, che in questo caso comprendono per certi aspetti anche la Francia, sono sempre più assediati dall’accusa, anche in questo caso portata avanti dai loro oppositori populisti di destra, di essere condizionati da vincoli europei intollerabili.

Essendo passata progressivamente dalla Commissione al Consiglio, la politica europea diventa quindi sempre più dipendente dalla politica interna, sia da parte dei partiti di governo che di quelli dell’opposizione. Basti osservare come la Lega in Italia e AfD in Germania, partiti gemelli nella loro politica antieuropea, si siano trovati l’uno contro l’altro armati in questa mitica battaglia fra il Sud e il Nord.

Il compromesso partorito giovedì notte dalla teleconferenza dell’Ecofin è quindi solo una tregua nella disputa, che purtroppo durerà fino a che non si cambieranno i poteri e le regole delle istituzioni europee. Nonostante questi limiti, l’accordo di giovedì ha aperto la strada ad un aumento delle cooperazioni europee, almeno nei campi nei quali la cooperazione è diventata più necessaria per effetto delle drammatiche conseguenze del Coronavirus.
In primo luogo si è reso operante l’accordo per l’istituzione di una specie di cassa d’integrazione europea dedicata ad alleviare le conseguenze della disoccupazione. La cifra di 100 miliardi a livello continentale non è certo sufficiente per risolvere il problema, ma è un buon inizio della messa in atto di un progetto sempre prospettato, ma mai approvato. In secondo luogo si è finalmente deciso di utilizzare la Banca Europea degli Investimenti per aprire una linea di credito di 200 miliardi di Euro a favore delle Piccole e Medie Imprese. La Bei è una benemerita e gigantesca struttura finanziaria multilaterale (molto più grande della Banca Mondiale) che ha per decenni positivamente operato soprattutto nel campo delle infrastrutture, ma che non era mai stata fortemente impegnata a servizio delle attività produttive.

La terza decisione ha riguardato il famoso e dibattuto problema del Mes (Meccanismo Europeo di Salvaguardia) che prevede l’apertura di importanti linee di credito ai diversi Paesi, ma che comprende anche strette forme di controllo sulla loro politica: una specie di libertà vigilata ovviamente inaccettabile per l’Italia. Il compromesso raggiunto toglie la gran parte di queste forme di controllo, ma limita l’utilizzo del Mes alle spese sanitarie strettamente destinate ad affrontare le conseguenze del Coronavirus. Con questo i Paesi del Nord evitano l’accusa di non essere stati d’aiuto in un momento così difficile, anche se l’accordo prevede che si tratta di un prestito da restituire appena passata la pandemia. L’ultimo punto all’ordine del giorno riguardava l’ormai secolare problema della mutualizzazione del debito, cioè sostanzialmente dell’emissione di Buoni del Tesoro Europei. Un problema dibattuto da oltre dieci anni e che ha assunto diverse forme tecniche e diversi nomi. Partiti con la denominazione di Eurobonds e quindi di Eurounionbonds, sono stati recentemente ribatezzati con la più mirata denominazione di Coronabonds e Recoverybonds. Tanti nomi, ma un’ennesima bocciatura da parte dei Paesi del Nord che, su questo punto, faranno resistenza anche la prossima settimana, quando il problema sarà di nuovo riportato in discussione di fronte al Consiglio. 

Per concludere: nessuna rivoluzione dall’Europa ma, anche se ben poco in confronto a quanto fatto in Cina e negli Stati Uniti, qualche passo in avanti. Soprattutto perché il vertice dell’Ecofin è stato accompagnato da una maggiore capacità di intervento e da regole meno stringenti da parte della politica della Banca Centrale Europea. 
Per questo motivo, a differenza di quanto avvenne nel caso della crisi economica del 2008-2012, il famoso “spread” non si è quasi mosso anche se l’attuale crisi e i conseguenti deficit di tutti i Paesi sono stimati essere molto più pesanti di quanto non avvenne nella crisi precedente. 

Se le società di rating, sostanzialmente specializzate nel malaugurio, stanno per ora zitte è proprio perché la Bce ha detto chiaramente che interverrà, quando e come vuole, per proteggere l’integrità dell’Euro. 
Questo non significa affatto libertà d’azione per i Paesi gravati da pesanti debiti: vuole dire semplicemente che vi è oggi un paracadute aggiuntivo contro la speculazione.

Queste sono le riflessioni sulle discusse conclusioni della riunione dell’Ecofin. I problemi italiani rimangono di portata enorme. Il processo di aggiustamento necessario sarà lungo e difficile. La solidarietà europea rimarrà limitata dalla debolezza delle sue istituzioni. Tuttavia conosciamo, almeno un po’ meglio, tanto i limiti quanto gli aiuti sui quali possiamo contare. Il resto graverà sulle nostre spalle: non sarà un peso leggero. Ultimo aggiornamento: 00:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA