Romano Prodi
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Passo necessario/ Difesa comune, una priorità per i quattro Grandi della Ue

di Romano Prodi
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Domenica 20 Marzo 2022, 00:02

Mentre la guerra in Ucraina continua con il suo crescente carico di tragedie, sono finalmente cominciati i colloqui fra i protagonisti diretti e indiretti del conflitto: da un lato lo scambio di messaggi tra Russia e Ucraina e, dall’altro, il lungo colloquio telefonico fra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente americano Joe Biden.
Nelle prime trattative tra Russia e Ucraina il passo in avanti consiste, da un lato, nella dichiarazione di Zelensky che il problema dell’adesione dell’Ucraina alla Nato non si pone e, dall’altro, che Putin ha finalmente messo sul tavolo le sue richieste, anche se sono risultate del tutto inaccettabili da parte ucraina.
La priorità non è quindi ancora dettata dai negoziati, ma dai rapporti di forza sul terreno. Altrettanto poco conclusivo è stato il colloquio fra Biden e Xi. Da esso non è scaturito alcun progetto di mediazione, ma sono stati tuttavia ribaditi i limiti e gli obiettivi della strategia delle due grandi potenze mondiali. La Cina chiede il freno delle sanzioni americane che tanto danneggiano la sua economia e gli Stati Uniti vogliono che la Cina non porti alcun aiuto militare alla Russia.


Alla fine Xi ha comunque convenuto sulla necessità di tenere aperto il dialogo, di frenare la crisi umanitaria e ha auspicato uno sforzo per fare cessare le ostilità il più presto possibile, aggiungendo naturalmente che la responsabilità è tutta americana. Le tesi di Xi si riassumono nell’espressione tipicamente cinese: «Spetta a chi ha messo il sonaglio al collo della tigre il compito di toglierlo». Il vero problema è che, come stanno le cose, il domatore della tigre può essere solo la Cina, obbligata a scegliere fra la sua alleanza militare con Mosca e i suoi vitali rapporti economici con Stati Uniti ed Europa.
Dovremo quindi ancora attendere per assistere a concreti progressi nelle trattative di pace: questo significa terribili tragedie e sofferenze per il popolo ucraino, anche in conseguenza del crescente impegno militare da parte della Russia. 
In questo breve lasso di tempo è invece irreversibilmente mutata la politica europea. La decisione di riarmo della Germania non solo è stata solennemente assunta dal governo tedesco con la sostanziale approvazione di tutte le forze politiche interne, ma ha trovato un unanime sostegno da parte di tutti i Paesi europei.
Solo poche settimane fa questa decisione, che nasce dalla forza delle cose, sarebbe stata accolta con paura e diffidenza anche perché, data la dimensione dell’economia tedesca, farà risalire il bilancio tedesco della difesa al terzo posto nel mondo, dopo la Cina e gli Stati Uniti e prima della stessa Russia. 


Sono convinto che questo evento, anche per le insistenti richieste americane, fosse inevitabile e ne condivido la sostanza. Sono tuttavia altrettanto convinto che avrebbe dovuto essere accompagnato da un radicale progresso della politica estera e di difesa europea. Non perché vi siano da temere tensioni o divaricazioni politiche in conseguenza di questa decisione, ma perché essa rende più complesso il processo di coordinamento delle attività produttive e organizzative necessarie a rendere efficace la spesa militare europea. Come era peraltro ovvio, l’industria e le strutture militari tedesche si stanno infatti organizzando su basi fondamentalmente nazionali, approfondendo le duplicazioni di spesa e le inefficienze che già caratterizzano l’attuale struttura dell’organizzazione militare dei Paesi europei.
La decisione tedesca deve perciò essere subito seguita dalla messa in atto di una politica estera e della difesa comune. Con la regola dell’unanimità tutto questo è irrealistico e impossibile. Vi è però spazio per una cooperazione rafforzata simile a quella che è stata messa in atto con la decisione di adottare l’euro, evento senza precedenti nella politica mondiale. Non tutti i Paesi europei vi hanno partecipato e, nonostante la crescente approvazione, oggi ne fanno parte solo 19 su 27 membri dell’Unione.


Il cammino da compiere è semplice, perché dettato dalla necessità e dall’urgenza. I quattro maggiori Stati dell’Unione (Germania, Francia, Italia e Spagna), condividendo gli obiettivi fondamentali di politica estera, debbono preparare uno schema di accordo che troverà immediatamente l’adesione di altre nazioni, superando facilmente la soglia di nove, numero necessario per dare vita a una cooperazione rafforzata. Parlo di politica estera e della difesa come un fatto unico e inseparabile perché, altrimenti, ci troveremmo nella situazione in cui le potenziali divergenze politiche impedirebbero qualsiasi azione militare.
Come l’iniziativa del NextGenerationEU doveva necessariamente partire dalla Germania, così la nuova politica estera e di difesa deve partire dalla Francia, oggi il solo Paese europeo a possedere l’arma nucleare e il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ci attendiamo quindi che questa iniziativa venga portata avanti dal presidente che, fra poco più di un mese, sarà eletto dal popolo francese. Per essere ancora più concreti ed espliciti, ci aspettiamo che Macron, che molto probabilmente sarà riconfermato, porti a termine il disegno a cui si era impegnato cinque anni fa quando si è presentato vincitore di fronte al popolo francese con la bandiera e l’inno dell’Unione Europea. 

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