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Pio d Emilia
Pio d’Emilia

Oriente Furioso/ Tokyo e i conti con il passato

di Pio d’Emilia
4 Minuti di Lettura
Domenica 25 Aprile 2021, 23:50 - Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 00:39

In Italia, dove abbiamo avuto la Resistenza e dunque ci riteniamo quanto meno co-artefici della nostra “liberazione” dal nazifascismo, giustamente celebriamo il 25 aprile. E guai a chi ce lo tocca, direi. Anche in Portogallo, dove il fascismo è durato più a lungo, il 25 aprile è festa nazionale: si festeggia infatti la cosiddetta “rivoluzione dei garofani” del 1974, quando l’esercito (e la marina) misero fine alla lunga dittatura di Salazar e Caetano. Ma come viene celebrata negli altri Paesi che hanno vissuto il fascismo, la fine della guerra? 

In Germania, il cosiddetto Niederlagen feiert man nicht, “le sconfitte non si festeggiano” è oramai archiviato, tranne che per qualche irriducibile, statisticamente e per fortuna anche politicamente irrilevante nostalgico del nazismo. E’ dai primi anni ’70, infatti, grazie ai coraggiosi gesti del cancelliere (e Nobel per la Pace) Willy Brandt – quello che si inginocchiò davanti al ghetto di Varsavia, ricordate? – e poi allo storico discorso del 1980 dell’allora presidente Richard von Weizsäcker, che l’8 maggio, pur non essendo ancora Festa Nazionale (lo era nella DDR, fino a quando è esistita e sono in corso varie richieste per riconoscerla) è comunque noto come Tag der Befreiung, giorno della liberazione. E in Giappone, l’altro membro dell’Asse? Nulla di tutto ciò. I conti con il passato ancora non si sono fatti, nè sembra ci sia alcuna speranza, a breve termine, che si facciano. «In Germania difendere il nazismo, o negare l’olocausto è un reato perseguito, in Italia un reato non perseguito, in Giappone un valore aggiunto», scriveva anni fa nel suo bellissimo saggio Giappone, il prezzo della colpa Ian Buruma, noto giornalista e scrittore. Ed è vero. 

Quello che i tedeschi chiamano Vergangenheitsbewältigung, il processo di “rielaborazione del passato” in Giappone non è mai iniziato, anzi. Più passa il tempo e più il passato rischia di non “passare” attraverso un doveroso, indispensabile processo di rielaborazione. A oltre 70 anni dalla fine della guerra del Pacifico, come la chiamano qui, in Giappone si dibatte ancora se la guerra contro la Cina – anteprima di quella contro gli Stati Uniti – fu una guerra di invasione o di liberazione dai colonialisti bianchi, se a Nanchino l’esercito imperiale massacrò o meno la popolazione inerme, se nei laboratori segreti di Herbin, se in Manciuria, medici e scienziati abbiano o meno condotto crudeli esperimenti “in corpore vili”, inoculando germi, batteri e virus vari nei prigionieri di guerra per verificarne le reazioni e se decine di migliaia di coreani, dopo che il loro paese era stato annesso all’Impero, siano stati deportati gli uomini per lavorare come schiavi nelle miniere, le donne per costringerle a prostituirsi al fronte, per “ristorare” le truppe. Le famose “comfort woman”, alcune delle quali, le poche rimaste in vita, continuano una difficile e umiliante battaglia legale per ottenere almeno un risarcimento, morale e materiale.

Tutto questo non fa bene al Giappone e ai giapponesi, cui gli americani, decidendo a suo tempo di non processare l’Imperatore Hirohito (come volevano russi e inglesi) e consentendogli di continuare a rappresentare, sia pure come semplice “simbolo”, il popolo, hanno di fatto sottratto il diritto/dovere al pentimento, alla “rielaborazione”, appunto. Un ulteriore prezzo imposto ad un popolo che già aveva pagato un contributo altissimo e che ancora oggi si trova spiazzato, suo malgrado, sulla scena internazionale, soprattutto asiatica, ogni qualvolta il suo governo viene accusato, di scarsa sincerità, di mire revanchiste, di arroganza storica. Una grave, pericolosa lacuna che il Giappone non è ancora riuscito a colmare e che rende difficile i suoi rapporti con gli altri Paesi. Basti pensare che è l’unico grande Paese a non essere ancora riuscito a risolvere le varie questioni territoriali ancora aperte con tutti i suoi vicini: Cina, Russia, Corea. Ci sarà pure un motivo.
 

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