Pio d'Emilia
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Tokyo scopre i “furbetti” che non credeva di avere

Tokyo scopre i furbetti che non credeva di avere
di Pio d'Emilia
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Lunedì 13 Dicembre 2021, 00:30 - Ultimo aggiornamento: 23:13

Il mio amico e collega Marino Marin, appassionato di Giappone e già responsabile dell’Ufficio Comunicazione del Padiglione Italiano ai tempi dell’Expo di Aichi (2005) pubblicò a suo tempo un interessante saggio dal titolo “Il lato italiano dei giapponesi” (Cangemi Editore, ma temo sia esaurito). Tra il serio ed il faceto, citava tutta una serie di aspetti del carattere, della struttura sociale, delle tradizioni, delle buone e cattive abitudini che a suo avviso rendevano italiani e giapponesi, assai diversi e “lontani”, anche sorprendentemente vicini. Una teoria di cui, dopo oltre 40 anni di vita in Giappone, sono sempre più convinto anche io: si pensi al rispetto per la bellezza, al culto integralista, quasi religioso, del cibo, all’importanza dei legami familiari. Ma anche, e questo per alcuni potrebbe rappresentare una sorpresa, una struttura sociale fortemente familistica, dove appartenere ad un “clan”, ad un “gruppo” è importante. 


Globalizzazione prima (con la conseguente, progressiva, “apertura” e internazionalizzazione del paese) e pandemia oggi – che sta causando, come in tutto il resto del mondo – enormi danni all’economia e alla vita delle famiglie, stanno portando alla luce anche un aspetto poco noto, e poco bello, della presunta società “armonica” del Sol Levante.

Quello delle truffe, delle “furberie”, dell’evasione fiscale e più in generale del “fai da te” per cercare di sopravvivere meglio. Insomma tutte quelle brutte cose di cui prima dal Sol Levante accusavano gli occidentali. Ma alla fine, tutto il mondo è paese e anche in Giappone anni di crisi economica, esacerbata negli ultimi tempi dalla pandemia, stanno mettendo a dura prova la proverbiale onestà e correttezza dei cittadini. Negli ultimi giorni due notizie hanno, come dire, “bucato” lo spesso muro dell’omertà mediatica, e colpito l’opinione pubblica. Nel corso di “Chosa hodo” un programma della catena TBS stile “Report”, un paio di coraggiosi giornalisti hanno tentato inutilmente di “stanare” tale Tetsunori Dambara, Ceo di una delle società dell’Impero dei viaggi “HIS”: la Miki Tourist (nota anche in Italia, dove ai bei tempi portava centinaia di migliaia di turisti giapponesi).

Per ammortizzare le perdite dovute al Covid (in particolare, le migliaia di stanze prenotate e prepagate negli alberghi, per le Olimpiadi, poi rimaste vuote) sembra che il buon Dambara – in collaborazione con altri, non ancora identificati, “complici” del settore – abbia escogitato un sistema estremamente efficace per truffare il governo. Approfittando della (controversa) campagna “Go To”, che per stimolare la ripresa del turismo interno prevede sussidi ad agenzie e alberghi rimborsando in varie percentuali le spese sostenute dai turisti (che a loro volta ricevono una specie di voucher), il signor Dambara avrebbe – siamo appena all’inizio dello scandalo, il condizionale è d’obbligo – utilizzato il nome dei suoi oltre 200 dipendenti e di un numero imprecisato di (ignari) clienti della società contenuti nel data base per chiedere al governo i rimborsi.

Per spese – viaggi e soggiorni – mai effettuati. Nel corso del programma, un ex dipendente della Miki Tourist, ovviamente con il volto offuscato, mostra ai giornalisti della TBS una fattura ufficiale, ed il relativo rimborso, per ben 69 notti passate in un noto albergo di Tokyo. Roba che in Giappone chi è fortunato può contare su una settimana di ferie, e spesso neanche tutta di seguito.


Ma non basta. L’appetito vien mangiando e per non essere da meno della TBS, anche la Tv Asahi ha dedicato un lungo servizio contro la World Koku Service, che in Giappone rappresenta la IATA. Secondo le accuse, il Ceo di questa società, tale Kikuma (che pare essere molto amico del signor Dumbara) avrebbe chiesto al governo rimborsi per il “koyo josei kin” (una specie di cassa integrazione locale) per centinaia di dipendenti che non hanno mai lavorato, per un ammontare di oltre 170 milioni di yen (1 milione e mezzo di euro). Vedremo come va a finire. Perché un altro aspetto che Italia e Giappone hanno in comune, ahimè, è che difficilmente i “furbetti” finiscono in carcere.
 

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