Esilio obbligato/ La lezione di Svetlana per le altre donne che guidano la Ue

Mercoledì 12 Agosto 2020 di
Fare politica in Bielorussia non è una decisione che si può prendere a cuor leggero, soprattutto se ti metti contro quello che chiamano l’ultimo (l’ultimo?) dittatore d’Europa, Alexander Lukashenko.
Per questo Svetlana Tikhanovskaya, 37 anni, dopo aver mandato all’estero i figli bambini e avendo già in carcere il marito, ha giocato la sua partita in campagna elettorale. L’ha giocata sperando di farcela, ma poiché i dittatori vincono quasi sempre le elezioni ieri Svetlana è andata in esilio, ha lasciato la Bielorussia e si è rifugiata in Lituania. «Pensavo che la campagna elettorale mi avrebbe rafforzato ma probabilmente sono rimasta una donna debole. So che molti mi odieranno per la mia scelta e molti mi condanneranno - ha detto in un video su YouTube -. Spero che non dobbiate mai prendere una decisione come quella che ho dovuto prendere io. Nessuna vita vale quello che sta succedendo adesso e i bambini sono la cosa più importante che abbiamo nelle nostre vite».

Svetlana non è una professionista della politica. È la moglie di un blogger e attivista nonché, appunto, la madre di due figli di dieci e quattro anni. Quando il marito è stato arrestato lei e altre due donne, Veronica Tsepkalo e Maria Kolesnikova, rispettivamente moglie e portavoce di oppositori del regime di Lukashenko, hanno accettato di fare campagna al posto degli uomini. Ed è la prima volta, in Bielorussia (ma non solo lì, direi) che tre donne si oppongono a un leader ultrasessantenne, dal 1994 al potere nel Paese. 

Tre donne con storie diverse unite da un comune obiettivo, mandare a casa Lukashenko.
«La Bielorussia non è pronta ad avere una donna presidente» aveva preconizzato il maschio di potere, liquidando la sua competitor e le altre due componenti del team. In apparenza ha avuto ragione perché, secondo i dati forniti dal medesimo Lukashenko, Svetlana ha raccolto soltanto il dieci per cento dei consensi.
Al di là delle cifre (contestate) è la rivolta delle piazze, le proteste dei suoi connazionali a dargli torto. Perché in Bielorussia i cittadini erano evidentemente pronti ad avere Svetlana premier, almeno nelle città, almeno nella capitale, Minsk, ma non è stato loro consentito. E a lei, Svetlana, non è nemmeno consentito di restare leader dell’opposizione nel suo Paese. Pare che le sia stato pressantemente suggerito di lasciare la Bielorussia, per evitare la fine già toccata al marito e lasciare i figli privi di entrambi i genitori.

Diciamo che, per ora, le è andata bene. Nel 2020, mentre Europa e Stati Uniti condannano la repressione in corso in Bielorussia, a Svetlana è stata risparmiata la fine che toccò a un’altra donna di grande coraggio, Eleonora Pimentel De Fonseca, protagonista della Repubblica Napoletana, teorica della Sala d’Istruzione pubblica istituita nel tentativo di istruire le classi meno agiate, filofrancese e contraria ai Borbone che, una volta rovesciata la Repubblica e restaurata la monarchia, fu condannata a morte per impiccagione.
Tra pochi giorni, il 17 agosto, ricorre l’anniversario della sentenza che nel 1799 portò al patibolo Eleonora Pimentel de Fonseca.

Parecchi secoli dopo, ma sempre in Europa, altre donne combattono un regime che considerano ingiusto. Naturalmente anche Svetlana, come già fu per Eleonora Pimentel De Fonseca, è sospettata da Lukashenko di essere una pedina, una donna manipolata dai servizi segreti di altri Paesi, nel suo caso quelli britannici e quelli dei Paesi vicini, la Lituania e la Polonia. Non è, e non sarebbe, una novità: le rivolte vedono sempre un coinvolgimento di altri Paesi, più o meno interessati agli sviluppi di un cambio di regime. Quel che Lukashenko non può smentire sono le parole pronunciate da Veronika Tsepkalo, una delle tre donne che in campagna elettorale hanno combattuto a viso aperto il presidente bielorusso: «I nostri giovani emigrano in cerca di quella libertà e di quelle possibilità che in Bielorussia non si trovano - ha scandito Veronika -. Abbiamo perso 750 mila abitanti e l’anno scorso abbiamo avuto lo stesso numero di nascite del 1945, quando il Paese era sotto le rovine della guerra. Vogliamo cambiare questo stato di cose».

Volevano cambiare il governo. Per il momento, almeno Svetlana, ha dovuto cambiare Paese. Ma se il suo coraggioso impegno, e quello delle donne che con lei hanno fatto campagna elettorale, sarà presto rimosso perché, alla fine, con un dittatore maschio ed esperto del potere, ci si mette d’accordo, l’Europa e le donne che oggi la guidano perderanno non solo un’occasione ma un vero inizio, un vero turning point. Ultimo aggiornamento: 00:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA