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Carlo Nordio
Carlo Nordio

Il caso in Lombardia/ La giustizia alla "tedesca" che rallenta la ripresa

di Carlo Nordio
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 9 Giugno 2021, 00:05

Tra le tante idee che la fertile metafisica tedesca ha concepito nel passato, campeggia, nel diritto penale, la cosiddetta “Taterschuld” o colpa d’autore. Poiché la formula sembrava troppo semplice, è stata ampliata in quella, chilometrica e intraducibile, di “colpa per la condotta della vita”. Entrambe significano questo: che la legge non deve punire un individuo in quanto commette un reato, ma in quanto è fatto in un certo modo. Non per quello che fa, ma per quello che è. 

Una simile eresia può sembrarci strana, ed in effetti è miserabile. Ma anche se (quasi) tutto il mondo l’ha abbandonata, oggi si applica da noi. E quel che è peggio si applica alle persone che dovrebbero far marciare il Paese, o alcune sue articolazioni essenziali: sindaci, assessori, amministratori vari ecc. Se succede qualcosa vengono indagati per il solo fatto di coprire quella carica. Poi si vedrà. 

Il caso di Crema, dove la sindaca della città è stata raggiunta da un’informazione di garanzia perché un bambino si è schiacciato due dita nella porta di un asilo, è emblematico. Con tutta la simpatia per il pargolo, che pare non abbia riportato lesioni permanenti, si tratta di vedere se debba risponderne la prima cittadina. A lume di ragione no.

E invece sì, in base all’ineffabile dottrina tedesca, di fatto recepita dal nostro codice o comunque dall’interpretazione che la magistratura ne dà.

Il sindaco occupa una “posizione di garanzia” generale. E se in città accade un qualsiasi evento funesto, nell’accertamento delle eventuali responsabilità si comincia comunque da lui. Con questo viatico è naturale che l’intero Comune si paralizzi e attui quella che si chiama “amministrazione difensiva”. 

Naturalmente conosciamo le risposte a queste critiche: che l’informazione di garanzia è un atto dovuto, soprattutto se c’è una querela; che essa non significa né condanna, né processo e nemmeno imputazione; che la giustizia, per quanto lenta, alla fine trionfa, come bene insegnano i casi Tortora, Mannino e tanti altri. 
Già. Ed proprio questa la tragedia: che tutto questo è vero. E’ vero che l’informazione è dovuta, è vero che molto probabilmente la sindaca di Crema sarà assolta ecc. ecc. Ma è anche vero che nel frattempo la poveretta sarà finita sui giornali, sarà andata da un avvocato e avrà perso il sonno nel timore che questo venga interrotto alle 5 del mattino, e non certo dal lattaio, ma da una squadra in divisa. 

Non solo. Può star sicura che i suoi avversari politici, e soprattutto i suoi amici, tra le petulanti giaculatorie di pelosa solidarietà le consiglieranno, ovviamente per potersi difendere meglio, di fare un passo a lato, cioè di sparire. 

Chiunque abbia un minimo di buon senso capisce bene che questo sistema è demenziale. Non solo perché colpisce indifferentemente colpevoli e innocenti, ma perché offende gli interessi della collettività, che viene danneggiata da un nemico contro il quale non c’è rimedio, cioè la paralisi. Questa infatti è la conseguenza più perniciosa della delirante proliferazione investigativa: umiliati e offesi dalla valanga di inchieste giudiziarie - più o meno inventate, più o meno fondate - sindaci e amministratori non firmano più nulla, e se firmano lo fanno con mille riserve e cautele, rallentando quella catena decisionale senza la quale la stessa ripresa economica resta un’ illusione infantile. 

Lo sa questo la ministra della Giustizia, Marta Cartabia? Certo che lo sa. Ma è imprigionata da settori di una coalizione che, per pregiudizi ideologici, o forse peggio, per ignoranza dei problemi, identificano l’efficienza della pubblica amministrazione con la probità assistita da una severa legislazione penale. 
La conseguenza è che dell’abolizione dei reati evanescenti come l’abuso d’ufficio o il traffico di influenze, non si parla più. Così i sindaci e i vari amministratori continueranno a essere presunti colpevoli, indagabili solo per il fatto di essere al loro posto, nella peggior applicazione della citata “colpa d’autore”. 

Se la tanto auspicata riforma della giustizia comincia con questi presupposti, purtroppo parte male. Perché i pubblici amministratori, come il ragazzino di Crema, resteranno incastrati tra i battenti di una porta ben più solida e gravosa di quella di un asilo: quella di una giustizia penale inefficiente e cieca, che convertirà la loro prudenza in pavidità e la loro iniziativa in inerzia. E dove forse anche la tanto auspicata ripresa economica rischia di rimanere schiacciata.

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