Carlo Nordio
Carlo Nordio

Giustizia in crisi/ Lo sciopero delle toghe che è difficile far capire

di Carlo Nordio
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Lunedì 16 Maggio 2022, 00:16

l sindacato dei Magistrati, l’Anm, ha proclamato per oggi una giornata di sciopero. Lo ha fatto per protestare contro la riforma della Guardasigilli Marta Cartabia, che minerebbe la loro autonomia e indipendenza, garantite dalla Costituzione. Sono le consuete motivazioni, già recitate ogniqualvolta si tenta di correggere le storture di quella autoreferenzialità che li rende incapaci di mettersi nei panni dei cittadini. 
Per la verità ci è difficile vedere nella ministra della Giustizia, elegante nello stile, mite nel carattere e sovrana nel diritto costituzionale, una pericolosa sovvertitrice dell’equilibrio dei poteri teorizzato da Montesquieu. Ma molte toghe soffrono di un riflesso pavloviano, e anche se a parole ammettono che le cose vanno male, nei fatti agiscono per lasciarle come sono. Qualcuna di loro, spostando in avanti la soglia del ridicolo, è arrivata a sostenere che il nostro sistema ci è invidiato dagli altri Paesi. Ma questo è un dettaglio polemico.
A quanto è dato di capire, le tre maggiori critiche che motiverebbero questa singolare forma di astensione da parte del Terzo Potere sarebbero: la separazione delle funzioni, l’inserimento degli avvocati nei consigli giudiziari con diritto di voto, e le cosiddette pagelle, cioè le valutazioni di professionalità dei magistrati.
Le prime due lagnanze possono, come si dice in giuridichese, essere esaminate congiuntamente. 

La separazione delle carriere è consustanziale al processo accusatorio anglosassone che noi abbiamo introdotto, con il codice Vassalli, nel 1989. Essa esiste in tutti i Paesi dove questo sistema funziona da secoli, e nessuno ha mai gridato alla dittatura. Ma da noi l’Anm la pensa diversamente. La ragione teorica di questa opposizione sarebbe quella che un Pm deve avere svolto la funzione di giudice, per non diventare un ottuso superpoliziotto manettaro: è la cosiddetta “cultura della giurisdizione”. Che questa espressione sia - per usare un’espressione di Hegel - una vuota astrazione dell’intelletto speculativo, cioè una frase senza significato, si deduce da due cose. La prima, che purtroppo abbiamo dei Pm che anche dopo aver fatto i giudici mantengono un’attitudine giacobina e una predisposizione tendenzialmente colpevolista. Uno di loro, finito in Cassazione, ha sostenuto che non si dovrebbe parlare di innocenti assolti ma di colpevoli non scoperti. La seconda ragione è che “cultura della giurisdizione” è anche un tranello verbale. Perché delle due l’una: o la giurisdizione è intesa in senso stretto come “ius dicere”, cioè pronunziare sentenze, e allora riguarda solo il giudicante. Oppure rappresenta la dialettica del processo, e allora è un tavolo a tre gambe, che coinvolge i tre protagonisti, comprese l’accusa e la difesa. Sostenere che questa cultura dovrebbe contrassegnare solo i magistrati non è soltanto una sciocchezza epistemologica, ma è anche un’offesa alla dignità della professione forense, considerata come una consorteria di intrusi molesti, se non proprio di prezzolati favoreggiatori. E qui arriviamo al secondo aspetto della polemica: il voto che gli avvocati dovrebbero dare alla professionalità dei magistrati nei Consigli giudiziari. L’obiezione è che un difensore potrebbe esser prevenuto contro il giudice che quella mattina ha condannato il suo cliente. Sarà. Ma allora dobbiamo ammettere che il sistema attuale è anche peggiore. Perché in quello stesso Consiglio può sedere, e spesso siede, un Pm che valuta un giudice che gli ha assolto l’imputato, magari con considerazioni assai critiche all’operato dell’inquirente. E lo stesso accade al Csm dove, per fare une esempio attuale, siede il dottor Di Matteo al quale i giudici di Palermo hanno smontato l’indagine sulla trattativa Stato-Mafia. Sarà prevenuto quando dovrà dare loro il voto? Certamente no. Ma allora non si vede perché, a parti invertite, dovrebbero esserlo gli avvocati. 
Infine le pagelle. Qui è necessario distinguere tra giudice e Pm. Per il primo è difficile parlare di errore, a meno che non emerga la sua ignoranza della legge o degli atti processuali. Tra l’altro le Corti d’assise, che giudicano dei reati più gravi, sono composte in maggioranza da giudici popolari. Per i Pm, al contrario, è giusto valutare quante inchieste siano state imbastite, magari con costi altissimi in denaro, sofferenze e dispersioni di energie, senza ragioni plausibili, o magari per motivi discutibili. Molte vite sono state distrutte per indagini che si sono rivelate infondate, o addirittura balorde, e di cui nessuno ha mai chiesto nemmeno scusa. 


Concludo. Consapevoli che autorevolissimi giuristi hanno definito questo sciopero illegittimo e inopportuno, l’Anm afferma che così intende farsi capire dai cittadini. Ebbene, se questi avessero della nostra giustizia una concezione elevata, e volessero lasciarla com’è, questa spiegazione potrebbe anche esser plausibile. Ma crediamo davvero che gli italiani siano contenti della politicizzazione del Csm e delle baratterie correntizie, dell’invasività delle intercettazioni, della violazione continua del segreto istruttorio, dell’abuso della carcerazione preventiva, e delle centinaia di inchieste farlocche che rovinato vite, patrimoni e carriere? Crediamo davvero che apprezzino la lentezza dei processi, il condizionamento giudiziario della politica e lo scriteriato protagonismo di alcuni Pm, magari finalizzato a prendere il posto di qualcuno fatto incarcerare da loro? E crediamo davvero che, tra una guerra, una pandemia e una crisi economica i cittadini giustificheranno lo sciopero di una categoria che, magari a torto, considerano privilegiata? Se la magistratura crede questo, non ha solo spostato in avanti la soglia del ridicolo, ma anche dell’ingenuità. 
 

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