Giuseppe Vegas
​Giuseppe Vegas

Il ruolo della Pa/ Dove porta il grande esodo degli impiegati

di ​Giuseppe Vegas
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Domenica 19 Novembre 2023, 00:07
L’Osservatorio dei dipendenti pubblici dell’Inps ci ha fatto sapere pochi giorni fa che nei prossimi dieci anni andrà in pensione circa un terzo dei dipendenti di oggi. Su un totale di poco meno di quattro milioni, la prospettiva è di perderne più di un milione e duecentomila. 
La proiezione fa riferimento all’elevata età media che caratterizza il nostro pubblico impiego e non tiene conto, né potrebbe farlo, di eventuali future decisioni politiche per reintegrarne il numero.
Partiamo da questo primo punto. Assumere più di un milione di persone in dieci anni, cioè circa centomila all’anno, costituisce una prospettiva difficilmente praticabile nelle attuali condizioni della finanza pubblica ed aggraverebbe anche i non pochi problemi di sostenibilità del sistema pensionistico, che dovrebbe pagare contemporaneamente e a lungo più stipendi e pensioni di quanto ci possiamo permettere. 
E ciò in costanza dei perniciosi effetti del calo demografico, che taglia i versamenti dei contributi previdenziali delle giovani generazioni. Inoltre è ragionevole presumere che i contribuenti in genere non sarebbero entusiasti di dovere mettere ancora una volta le mani ai portafogli. Di conseguenza, anche se non mancheranno, le nuove assunzioni di dipendenti pubblici dovranno essere per forza limitate nel numero.
Sorge spontanea la domanda se sarà possibile gestire una realtà economica e sociale come quella italiana in presenza di una importante carenza di personale. Tenendo anche conto del fatto che viviamo in una società i cui cittadini pretendono che siano affidati alla pubblica amministrazione compiti e servizi sempre crescenti. Ad oggi non si è ancora ragionato verso quali rimedi ci si potrà orientare. Ma si tratta di un dibattito da aprire al più presto.
Da parte nostra si possono individuare tre direttrici. La riorganizzazione amministrativa, l’informatizzazione e la restrizione del perimetro dell’attività del settore pubblico.
Quanto alla riorganizzazione degli apparati pubblici, non manca certo un ampio spazio di intervento. A cominciare dalla riduzione dei livelli di governo. Le province sono state abolite, ma il risparmio è stato solo quello degli stipendi dei consiglieri. Non si ha memoria della chiusura di uffici ormai inutili. Gli enti autonomi, le direzioni generali dei ministeri e delle Regioni, sono proliferati, senza che si sia potuto notare un effettivo miglioramento del servizio. Anche nelle scuole cresce il personale mentre calano gli studenti. Ognuno cerca spazio per nuove funzioni, ma non si sopprimono mai quelle obsolete. Insomma, fino ad oggi le aspettative in materia sono andate deluse.
Gli strumenti offerti dall’informatica, ivi comprese le applicazioni più recenti dell’intelligenza artificiale, potrebbero offrire un contributo fondamentale per fare andare avanti la baracca con molte meno persone di prima. Tanto più che ormai la civiltà delle macchine è generalmente accettata da tutta la popolazione, che sembra non poter più vivere senza. Inoltre, se desta preoccupazione il fatto che le nuove tecnologie sono destinate a cancellare un gran numero di posti di lavoro nel settore privato, esse potrebbero invece consentire di svolgere più efficacemente ed economicamente i servizi pubblici. Ovviamente sarebbe auspicabile evitare sovrapposizioni, ad esempio investire in informatica ed assumere personale, come se si fosse ancora nell’epoca in cui le comunicazioni erano affidate ai piccioni viaggiatori.
Resta l’ultima direttrice di intervento. Posto che nessuno vorrebbe rinunciare ai servizi pubblici di cui gode oggi, occorre chiedersi se siano tutti realmente necessari o se debbano essere tutti mantenuti.
Da Beveridge, il creatore del welfare state, in poi ci siamo abituati a vivere in un sistema in cui lo Stato avrebbe dovuto fornire a ciascuno i servizi o i mezzi per garantirsi una vita senza preoccupazioni “dalla culla alla bara”. Ne è conseguita una deresponsabilizzazione generale, che ha portato ciascuno più a chiedere alla collettività che a darsi da fare in proprio. Da parte sua, la rappresentanza politica ha cavalcato questa domanda in cambio di voti. E gli elettori le hanno creduto, nell’illusione di ottenere benefici, il cui costo veniva posto a carico degli altri.
Abbandonare, o comunque limitare, un simile sistema di anestetico sociale ha sicuramente un costo in termini di consenso. Tuttavia, dati gli stretti margini economici entro i quali ci muoviamo, occorre concentrare gli sforzi per fornire alla popolazione i servizi di cui ha effettivamente bisogno e ripensare alle modalità della loro erogazione. Occorre quindi fare una cernita tra tutti i servizi svolti oggi per individuare quelli che debbono essere necessariamente esercitati dagli apparati pubblici e quelli che, a tal fine, necessitano di adeguate dotazioni di personale: come ad esempio la difesa, la sicurezza e la giustizia. 
Altri possono essere svolti congiuntamente sia dal settore pubblico, sia da quello privato. Altri infine possono essere gestiti direttamente dai privati, come tutti quelli in cui lo Stato, pur partecipando, lo fa in forma di impresa. Naturalmente i soggetti privati dovrebbero erogare il servizio in regime di piena concorrenza e sotto il vigile controllo dell’Antitrust.
Solo in questo modo potrebbe essere possibile ridurre la spesa e contemporaneamente garantire il sistema di benessere sostenibile che ha caratterizzato la civiltà europea dal dopoguerra ad oggi.
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