Il caso Albania/ I rapporti nel Mediterraneo che servono al Meridione

Sabato 15 Agosto 2020 di
Negli scorsi giorni si è finalmente ricominciato a parlare del Mezzogiorno.
Ho letto su questo analisi di tutti i tipi e proposte di sicura efficacia, molte delle quali fondate sulle risorse rese disponibili dalla nuova politica europea. Sono tuttavia convinto che non si possa costruire un nuovo Mezzogiorno se non si attiva nel frattempo una politica mediterranea. Il nostro Sud non potrà mai rinnovare se stesso se continuerà ad avere attorno a sé un deserto pieno solo di guai.

È chiaro che un miglioramento generale si può avere solo con una politica europea comune, come non sta avvenendo né per la Libia né per il Libano. Su questi temi il ruolo primario dell’Italia deve essere quello di sollevare ogni giorno il problema ad un’Europa che non ha mai considerato il Mediterraneo come obiettivo primario della propria politica. Vi sono tuttavia casi di particolare interesse per l’Italia che possono e debbono essere inseriti nella nostra agenda quotidiana: casi nei quali politica interna e politica estera si sovrappongono in modo inestricabile.

Tra questi penso alla necessità di una maggiore attenzione nei confronti dell’Albania.
Dopo che l’Italia, con la missione Alba del 1997, ha fortemente contribuito alla pacificazione dell’Albania e al suo avvicinamento alle democrazie occidentali, i due Paesi si sono fortemente integrati fra di loro.

Si calcola che settecentomila albanesi vivano nel nostro Paese e che duecentomila di essi abbiano addirittura la doppia cittadinanza. Tenuto conto che il totale dei cittadini albanesi che vivono in Albania si aggira intorno ai due milioni e ottocentomila, si tratta di rapporti umani di portata unica. 

Non meno intense sono le relazioni economiche: l’interscambio con l’Italia supera infatti il 20% del Pil albanese, mentre più di mille imprese italiane operano in Albania e quasi trentamila aziende albanesi sono attive nel nostro Paese, anche se molte di esse di piccolissima dimensione. I dati sull’intensità dei nostri rapporti non si fermano all’aspetto economico: numerosi ministri, a partire dal Primo Ministro Edi Rama, parlano italiano e la conoscenza della nostra lingua è ancora diffusa, anche se ha perso progressivamente terreno di fronte all’inglese, ora dominante nelle classi di età più giovanili. Non dobbiamo certo trascurare il fatto che la prima ondata di immigrazione albanese ha suscitato in molti italiani un forte senso di diffidenza, in quanto accompagnata da fenomeni di diffusa criminalità. Dobbiamo tuttavia, con altrettanta oggettività, riconoscere che la stretta collaborazione fra i due Paesi sta progressivamente ridimensionando questo fenomeno. Pur tenendo conto che il sistema giudiziario albanese presenta ancora enormi problemi ed è oggetto di controversie senza fine, il suo lento progresso è anche frutto di una collaborazione con il nostro sistema giudiziario. A diverso titolo operano da tempo in Albania magistrati italiani che forniscono una preziosa assistenza alle loro controparti. Ancora più ampio è l’operato della nostra Guardia di Finanza e del Ministero dell’Interno, impegnati da tempo, in collaborazione con le autorità locali, a frenare i fenomeni di criminalità, tra i quali una consistente produzione di cannabis che viene poi indirizzata nel nostro Paese.

Se i dati positivi della collaborazione fra l’Italia e l’Albania non mancano, risulta tuttavia ogni giorno più difficile rafforzarli o semplicemente rinnovarli. Il programma di insegnamento della nostra lingua soffre per la limitatezza delle sue risorse, mentre la presenza della Rai è diventata marginale e lascia il posto alla Turchia, sempre più attiva con trasmissioni in lingua turca e sottoscrizione in lingua albanese. Anche se non ancora con la stessa intensità di quanto avviene in altri Paesi balcanici, la presenza turca è in crescita in tutti i campi, dalle opere pubbliche alla cultura, dal settore militare ad una penetrazione sempre più profonda nel terreno religioso, attraverso il sostegno ad una capillare rete di moschee. Una presenza rafforzata dal rapporto di amicizia fra il presidente turco Erdogan e il Primo Ministro albanese Rama, sempre più attento nei confronti delle scelte politiche del suo collega.

Non solo la Turchia sta rafforzando la sua presenza in Albania (che non dimentichiamo è stata sotto il controllo ottomano dal 1478 al 1912), ma anche Russia e Germania stanno aumentando la propria influenza e la Cina osserva il tutto con crescente attenzione. In direzione contraria solo il cammino della Francia, che si è opposta perfino all’inizio dei negoziati per l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea, spingendo quindi il Paese balcanico a guardare oltre all’Europa stessa. Sarebbe stato opportuno che l’Italia si fosse opposta con maggiore determinazione a questa presa di posizione francese e credo che sia nostro interesse dedicare molta più attenzione al nostro Paese vicino, in modo da proseguire i rapporti del passato e a rafforzarne l’efficacia con una strategia a livello nazionale. Qualche segnale in questa direzione sta già avvenendo, come il sostanzioso contributo alla ricostruzione dopo il terremoto dello scorso anno, la recente missione sanitaria per la lotta contro il Covid e un rinnovato impegno dell’Eni. I campi nei quali aumentare la nostra presenza sono tuttavia ancora tanti: da quello scolastico, culturale e linguistico, a quello della giustizia e della sicurezza fino a quello economico e militare. 

Come ho accennato all’inizio, un più intenso rapporto fra l’Italia e l’Albania non porrà certo rimedio alla complessiva fragilità della presenza italiana nel Mediterraneo, ma servirà almeno a non indebolire le poche situazioni positive nelle quali ancora operiamo. Tale rapporto costituirà inoltre un utile insegnamento per la nostra politica meridionalistica che, senza un’intensificata presenza nel Mediterraneo, rimarrà sempre una politica incompiuta.
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