Anna Coliva

Strada in salita/ Il fascino della Capitale strumento per il rilancio

di Anna Coliva
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Venerdì 21 Gennaio 2022, 00:03

Formidabile la polemica scatenata dal ministro della cultura ucraino contro la serie Netflix Emily in Paris: ha ritenuto un’offesa contro tutto il suo popolo l’episodio con la ragazza di Kiev che esce da un super-magazzino alla moda carica di capi firmatissimi, trascurando le casse. 

Può riguardare anche noi questo documento della contemporaneità in cui ha fatto irruzione la politica? Dall’accumulo esorbitante degli stereotipi sapientemente ricercati e magnificamente costruiti in quella serie su Parigi, i parigini, gli americani notémment di Chicago, gli inglesi e, appunto, gli ucraini, (mancano purtroppo gli italiani) viene fuori che Parigi, anche in quella forma volutamente superficiale e schematizzata vince su tutto. Il suo stile e il desiderio di farne parte conquista ogni supponenza altra. Emily in Paris potrebbe spiegare ai nostri ministeri dediti da anni alla materia di turismo/cultura con scarso successo, che cosa significhi fare del turismo una colonna portante dell’economia basandolo sull’immaginario. Immaginario che si infrange se trova goffi tentativi di imitazione, se il sogno è invaso dalle chincaglierie del parco a tema che è il modello cui si sono adeguate le nostre città che ci ostiniamo a chiamare città d’arte.

In un parco a tema nessuno vuole vivere più di 30 ore: che sono esattamente quelle su cui si è attestato il tempo di permanenza a Roma dei turisti (2,5 giorni rispetto ai 4,8 di Londra o i 5 di Madrid nelle stime Assoconsult). Roma inoltre è al 70° posto anche nel ranking internazionale per la capacità di attirare talenti. Se però le piattaforme dedicate all’attrazione si chiamano It’sArt o, atrocemente, Very Bello, in una crasi tra linguaggio smart (!) e acronimismo burocratese; se i nostri principali musei vengono sadicamente celati sotto acronimi quali ga-ave, gall-uff, ga-bor, gan-amc, tutto ciò non aiuta. Un luogo massimamente desiderato - anche sognato - deve incutere soggezione e, perché no, un certo timore che, nella schematizzazione che ne fa la serie Netflix, si traduce nell’adattamento al suo abbigliamento, ai suoi gusti culinari, culturali, soprattutto di linguaggio, attraverso il quale si dimostra con fulminante evidenza che quella cultura non è resistibile. Quindi anche la Chicagoen super cool, per non sentirsi inadeguata, deve imparare a chiamare il computer ordinateur, coursier i runner e capire con sgomento che i social lì non esistono, cancellati dal linguaggio dalla proprietà linguistica di réseaux sociaux.

Non è uno scandalo se il messaggio della intangibilità culturale è veicolato attraverso il glamour che implica però nei suoi codici anche l’obbligo di cinema, musei, teatri, musica e libri, tanti libri, letti ovunque, senza la quale sei fuori, out, un paria. Il grimaldello del glamour è sostenuto da istituzioni culturali di massima rilevanza capaci di suscitare il desiderio di entrarvi; da una politica che crede talmente nella cultura come sviluppo e investimento da aver ottenuto per la Francia la “eccezione culturale” che fa della cultura stessa un marchio, una firma, un brand, desiderabile ed attraente. Il contrario dei nostri beni culturali sul cui mero possesso abbiamo cercato di identificare la cultura e la sua vitale produzione, trascurando di investire in centri di eccellenza capaci di rendere vive e contemporanee le nostre città, liberandole dal folklore e dalla retorica retrospettiva. In questo modo abbiamo perso anche la scommessa del turismo, preferendo il parassitario sfruttamento dei beni culturali. 

Forse una politica urbanistica forte, di cui la classe dirigente non si serve né si è mai servita, potrebbe rendere reversibile la situazione di degrado che attanaglia soprattutto la capitale, con l’uso indiscriminato ed illecito di ogni spazio urbano purché minimamente appetibile. 

Una città come Roma non può essere dannata a vivere sul turismo, una economia che non può che essere residuale rispetto ad attività culturali di alta produttività. Nessuna solida economia può basarsi sul parassitismo dei letto&cappuccino, tavolini-mangiatoie il cui dilagare è stato santificato dalla crisi Covid, lavoretti per un terziario improvvisato: tutto con il corollario dei monumenti. Non può farlo nessun Paese avanzato. La crisi attuale lo dimostra, rendendo evidente una verità che fu a torto sbeffeggiata: “Con la cultura non si mangia”. Non lo si fa con la cultura intesa come possesso di molti beni, usati per un turismo disarticolato e spesso para-legale che lascia mangiare solo le briciole del banchetto pagato dall’intera collettività. Una grande capitale deve essere portata a vivere della propria attualità, dell’attrattività della sua vita quotidiana, della propria personalità viva, divenire una realtà complessa. Smart city l’avrebbe chiamata Emily prima di sbarcare a Parigi. Quello che appassiona dei luoghi-città è sentirsi parte di una vitalità contemporanea e attuale capace di suggestionare e generare comportamenti imitativi. In esse il visitatore desidera stare, studiarci e lavorarci, adeguarvisi come stile di vita, far parte della sua normalità percepita come la vera attrattiva, capace di emanare fascino anche dall’andare in metropolitana, dove si desidera sempre ritornare, di cui si mitizza la quotidianità. Una città insomma che offra soprattutto se stessa. Per l’incapacità di interpretare la sua realtà e di governarla l’Italia, al contrario, è rimasta prigioniera degli stereotipi che abbiamo autogenerato persino nella filmografia.
Domandiamocelo: quante ore sarebbe rimasta Emily in Rome?

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