Paolo Pombeni

Riforma in salita/ Il gioco pericoloso dei partiti verso il voto

di Paolo Pombeni
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 27 Ottobre 2021, 00:07

I partiti sanno che prima o poi arriveranno le elezioni (può anche essere più prima che poi) e alla luce di quel che è successo con le urne di ottobre devono porsi il problema della riforma della legge elettorale. Tenersi quella attuale pone non pochi problemi, perché mette insieme quelli legati ad un impianto di tipo maggioritario uninominale (il 35% dei seggi) e quelli posti da uno di tipo proporzionale (con cui viene deciso il restante 65%).

Il maggioritario offre ai partiti il vantaggio di obbligarli a formare coalizioni. Non una cosa da poco, considerando le tensioni presenti tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra. Dividersi diventerebbe suicida, ma ci sarebbe il problema per entrambi di spartirsi i collegi fra le diverse componenti. Sarebbe una operazione che va fatta “al buio” anche in considerazione della volatilità dell’elettorato, perché a priori non si sa quanto consenso potrà portare ciascuno (e va a fidarti dei sondaggi…). Si massimizzano i poteri di veto reciproci visto che se anche una componente piccola dovesse sottrarsi perché non accontentata il rischio di far crollare il palco diventerebbe grande.

Facile immaginare cosa può significare una competizione di questo tipo che scuote il mondo dei partiti, ognuno bisognoso di riaffermare la sua presenza e importanza.

Sorvoliamo per ora sul fatto, non certo secondario, che tensioni di quel tipo si rifletterebbero pesantemente sul governo, tanto più per la sua natura di larghissima coalizione che tiene insieme gli opposti. Del resto non è che questo problema si possa risolvere tenendosi l’attuale legge elettorale vigente. Anzi, coi collegi rivisti per adeguarsi al taglio del numero dei seggi in palio, tutto si complica: ci sono adesso collegi uninominali molto grandi in cui non sarà facile né immaginare a priori cosa convenga fare, né puntare su “radicamenti locali” dei candidati, molto improbabili su aree così vaste.

Una riforma su base proporzionale tenta i partiti che si sentirebbero liberi di spingere sulle peculiarità di ciascuno e di far poi pesare la reale quota di consenso raccolta nelle urne. C’è però il problema di evitare una frammentazione di gruppi parlamentari, cosa che non è facile contenere ponendo soglie di sbarramento. Innanzitutto a metterne una significativa (il 5%) si oppongono molte attuali forze parlamentari ben lontane da quel tetto, ma un compromesso al ribasso (3%) porterebbe egualmente ad una frammentazione significativa con molto potere ai gruppi marginali che diventerebbero essenziali per formare poi le maggioranze governative (per tacere del loro potere nelle lotte d’Aula sui vari provvedimenti).

Alla questione su come evitare che le elezioni su base proporzionale non producano una maggioranza si propone di ovviare con l’attribuzione di un “premio” in seggi alla coalizione che risultasse in maggioranza nella raccolta del consenso certificato dalle urne. Soluzione facile sulla carta, meno nella realtà. Innanzitutto perché ripropone il problema delle coalizioni obbligate già illustrato per il maggioritario, in secondo luogo perché deve prevedere che se la coalizione premiata si scioglie si torni alle urne, il che introduce una mancanza di flessibilità nel sistema che non è proprio il massimo in tempi di turbolenze nella distribuzione del consenso (ma anche nel quadro economico e internazionale) come sono i nostri.

Come si vede, dire che siamo di fronte ad una questione spinosa è un eufemismo. Il fatto è che si vorrebbe trovare qualcosa che sia come la mitica “pietra filosofale” degli alchimisti, quella che trasformava tutto in oro. Nel nostro caso un marchingegno che produca quello che nel Paese non c’è: un bipolarismo che sia anche un sostanziale bipartitismo, una forza dell’elettorato capace di costringere i partiti ad uscire dai loro mondi autoreferenziali, cosa difficile con il combinarsi dei tassi di astensionismo e della rincorsa ad aizzare le passioni popolari.

Ciò di cui varrebbe la pena di tenere conto è la sostanziale ipocrisia dell’insistere sul tenere fermo il “modello Draghi” fino a fine legislatura, mentre si prepara uno scontro elettorale senza quartiere. Saranno mesi di tensioni continue in cui tutti devono cercare di posizionarsi in vista del fatidico momento in cui si andrà alle urne e dunque si vorrà mostrare il proprio peso all’interno dell’attuale coalizione governativa (vediamo già qualcosa che è più che dei prodromi). Non sapere neppure con quali regole e in quale quadro avverrà il confronto elettorale futuro (ma non troppo) indebolisce la tenuta del nostro sistema politico.

Piuttosto che cercare il meccanismo perfetto in una sola mossa (la riforma elettorale) converrebbe pensare ad un intervento su vari piani: dai regolamenti parlamentari che evitino per esempio lo sfaldarsi a piacere delle appartenenze ai partiti che hanno avuto seggi, alla ricerca di una ricomposizione dell’opinione pubblica riducendo le faglie pseudo-identitarie che tanto piacciono ai vari pasdaran, ma che impediscono poi un lavoro di convergenze su obiettivi condivisi (reali, e non come troppo spesso avviene, di pura bandierina).

© RIPRODUZIONE RISERVATA