Mario Ajello
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Veti incrociati/ L'impasse sul Colle che rallenta il Paese

di Mario Ajello
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Venerdì 21 Gennaio 2022, 00:03

Come se non fossimo un Paese in emergenza, abbiamo perso tempo e stiamo perdendo troppo tempo. Il sistema di selezione e scelta del Capo dello Stato, della personalità più rappresentativa d’Italia, è bloccato. E lo spettacolo che la politica sta offrendo agli occhi dei cittadini italiani e del contesto internazionale non è certamente all’altezza della dignità della nostra nazione e del ruolo decisionale che dovrebbero svolgere, con chiarezza, coraggio e lucidità, le sue classi dirigenti. C’è un macigno che ingombra la scena e che nessuno è stato capace di evitare e di superare tempestivamente. La candidatura di Berlusconi, da lui fortemente voluta e dagli altri prima sottovalutata, poi subita e infine diventata paralizzante per gli alleati e per gli avversari, sta agendo come un fattore tempo al contrario. Nel senso che allontana le decisioni risolutive, ha impedito finora al centrodestra di trovare un candidato diverso e in grado di allargare il campo, rallenta le trattative tra i leader, offre alibi ai partiti per dividersi ancora più di quanto già non lo siano e tutto diventa sospeso quando invece tutto dovrebbe muoversi con una velocità che tenga conto della situazione del Paese. Che è quella di un’Italia ancora nella pandemia e bisognosa non di fiction ma di un quadro istituzionale certo per venirne fuori e di un contesto adatto a indirizzarci verso la ricostruzione economica e sociale e a renderci adatti per concorrere in maniera convinta e strutturata con gli altri Paesi, nell’età del post-Covid che sarà cruciale per i nostri interessi nazionali. 

Di fronte a questioni così profonde e così epocali, la melina sul Capo dello Stato è una forma di autolesionismo inaccettabile. I tatticismi dei leader hanno precipitato questa elezione, o meglio lo stallo di questa elezione, nell’auto-referenzialità più evidente e controproducente, in uno sfilacciamento insostenibile in un momento così grave. Invece di rimboccarsi le maniche e comporre con pazienza operativa il puzzle delle alleanze, ci si balocca tra manovrette e ipocrisie. Il centrodestra ha sbagliato dando fiato a una auto-candidatura berlusconiana, ormai alle battute finali, in cui fin dall’inizio nessuno o quasi - tranne che nelle dichiarazioni ufficiali - ha davvero creduto senza osare di dirlo. Quanto agli altri, ha sbagliato Enrico Letta, che vuole Draghi al Colle, a non dichiarare subito di volerlo. E in proposito ancora cincischia il segretario del Pd, a causa della conclamata subalternità ai 5 stelle che diventa così un altro fattore di stagnazione. L’annuncio «Siamo a favore di un presidente autorevole», succo dell’ultimo vertice Letta-Conte-Speranza, è un’ovvietà per non dire niente: al posto di fare i conti, senza girarci troppo attorno, con l’evidenza che o sul Colle o a Palazzo Chigi l’Italia non può rinunciare a Draghi. 

L’idea che stiamo dando di questo Paese, tra le telefonate di Sgarbi, le debolezze degli alleati di Berlusconi, la mancanza di schiena dritta e di sguardo lungo di tutti gli altri, è quella della non compattezza quando invece l’Europa compattezza chiede alla nostra politica. Si dirà, anzi si va dicendo: ma i presidenti della Repubblica si fanno all’ultimo istante, sbucano fuori sempre alla fine e nel passato non recente erano anche figure deboli e quindi non drammatizziamo troppo. Ma quelli erano gli anni ‘80, oggi servono figure forti a cui dare ancora più forza e non giova diffidare dei forti - Draghi lo è, a prescindere se vada al Colle o resti al governo - solo perché sono forti, facendo della propria debolezza un’arma di auto-difesa, o perfino di invidia sociale, da ceto politico concentrato solo su se stesso e non sugli interessi generali. 

Una nazione che, dal tempo dei romani a quello del Machiavelli e anche oltre ha inventato la politica, non può ridursi al piccolo cabotaggio. E tantomeno può abdicare al rigore di una decisione cruciale mostrandosi - ad appena tre giorni dall’inizio delle votazioni quirinalizie - spaesata e quasi rassicurata dalla palude in cui sta avvolta e in cui, se non ci si muove, si sprofonda.

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