Paolo Pombeni

La proposta Letta/ Tutti gli ostacoli sul percorso del bipolarismo perfetto

di Paolo Pombeni
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Mercoledì 17 Novembre 2021, 00:09

La proposta di Enrico Letta di un confronto sulla manovra fra i leader dei partiti e il governo per evitare un Vietnam parlamentare è più intrigante di quel che sembra. Non si tratta semplicemente di riprendere la via di una parlamentarizzazione del confronto contrapponendosi di fatto quantomeno all’immagine, se non alla realtà, di un governo di emergenza che avrebbe commissariato la vita politica. E’ il tentativo di avviare una sistemazione del quadro istituzionale riportando al centro i grandi partiti, magari compiacendo la retorica della democrazia come dialettica anche esasperata fra gruppi che raccolgono “mondi” diversi.

Come si è visto Draghi non ha mostrato entusiasmo per l’ipotesi del tavolo di confronto con i vertici delle forze politiche, mentre Salvini e Berlusconi hanno apprezzato e la stessa Meloni pur dall’opposizione ha mostrato interesse. Conte ha annacquato tutto suggerendo un incontro allargato ai capigruppo parlamentari: come si sa, quando si fanno assemblee molto affollate non si conclude molto (a parte il sospetto che il capo dei Cinque Stelle non si senta di rappresentare la sua componente senza lasciare spazio ai suoi notabili). 
Ma il vero snodo dovrebbe essere quel che ci si aspetta avvenga dopo l’accordo ampio sulla legge di bilancio: un confronto similare sulla soluzione da dare alla successione di Mattarella al Quirinale, con il tentativo di arrivare ad una indicazione che consenta un’elezione rapida e senza scontri difficili da ricucire.

Se tutto funzionasse, si avrebbe una sistemazione del quadro politico intorno ai maggiori partiti (Pd, M5S, Lega, FI, FdI) la cui somma, a stare ai sondaggi, è oggi intorno al 80% dei consensi, sicché lo spazio di manovra dei cosiddetti cespugli verrebbe quasi azzerato (certo questi in teoria potrebbero pescare poi nell’amplissimo bacino dell’astensione, ma è appunto una teoria …). Inoltre questo accordo per così dire di sistema rilancerebbe la competizione bipolare, centrodestra contro centrosinistra, impedendo una frantumazione ulteriore delle forze politiche, frantumazione possibile visto che alle prossime elezioni ci saranno oltre trecento seggi in meno disponibili. Tanto se si mantenesse l’attuale legge elettorale, quanto se si procedesse con riforme che in qualche modo avvantaggiano le coalizioni, di spazio per avventure che prescindano dai partiti maggiori ne resterebbe molto poco (una riforma in senso proporzionale puro è difficilmente ipotizzabile).

E’ tutto così semplice? Certamente no. Innanzitutto una sistemazione del quadro tipo quella che potrebbe esserci dietro la proposta di Letta implicherebbe una reciproca legittimazione fra centrodestra e centrosinistra e questa non è facile dopo decenni di tonanti scomuniche reciproche e con forze politiche dove le componenti integraliste hanno più che largo spazio. In secondo luogo un quadro come quello che potrebbe delinearsi è vantaggioso per alcuni, ma non per altri. Nel centrosinistra il Pd diverrebbe davvero il dominus e i Cinque Stelle avrebbero un ruolo ancillare: un po’ perché Letta non può pensare di vincere una competizione alleandosi solo con loro, un po’ perché sono in fase di consensi calanti. Nel centrodestra questa logica di coalizione non gioverebbe alle ambizioni di leader della Meloni: la Lega, nonostante Salvini, ha classe dirigente più sperimentata e radicata, e Forza Italia ha una eredità da giocare, per quanto sia ammaccata e svalutata, dunque la alleanza fra i due la ridimensionerebbe.

Soprattutto è arduo immaginare che in questa fase che rimane ancora di passaggio si possano convincere i partiti a rinunciare a sventolare le loro bandiere o bandierine che siano. Con una legislatura che per i noti motivi di interessi pensionistici dei parlamentari è improbabile si sciolga prima dell’ottobre prossimo, si dovrà affrontare nella tarda primavera una tornata di elezioni amministrative importante e tutti sono consapevoli che saranno viste come un ulteriore test sulla salute dei vari raggruppamenti politici. Dunque competizione esasperata fra tutti.

In più, e davvero da ultimo, ma non ultimo problema, c’è da considerare la tenuta del governo attuale. Esso è nato per sottrarre il tema della “ripresa e resilienza” alle diatribe della politica politicante. Se queste trovassero una qualche composizione forzata, la legittimazione della formula attuale ne soffrirebbe non poco e con essa la figura dell’attuale premier che, lo si volesse o meno, finirebbe ridotto al ruolo di amministratore del condominio fra i partiti (e non ci pare uomo da accettare un simile declassamento).
Non ci sembra la prospettiva migliore nelle contingenze attuali. La repubblica dei partiti ha avuto a suo tempo una storia anche importante, al di là delle svalutazioni del chiacchiericcio corrente, ma riproporla oggi non pare una soluzione: quel tipo di partiti che allora diede forma a quel modo di essere oggi è tramontato. Difficile cuocere la stessa pietanza cambiando radicalmente tutti gli ingredienti.

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