Paolo Balduzzi
Paolo Balduzzi

Il fallimento delle politiche per il clima

di Paolo Balduzzi
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Sabato 17 Settembre 2022, 00:03 - Ultimo aggiornamento: 22:33

È dura trovarsi a commentare tragedie come quella appena accaduta nelle Marche. È dura perché ogni parola sembra banale, sbagliata, irriverente nei confronti delle persone che hanno perso una casa, una persona cara, la propria vita. Eppure dobbiamo provarci, con la sicurezza di non portare alcun tipo di conforto a queste persone, l’unica cosa di cui oggi avrebbero davvero bisogno. Dobbiamo provarci nel tentativo di stimolare il cittadino, lo scienziato, il politico a impegnarsi, per quanto di propria competenza, affinché tragedie del genere non accadano più. Ieri, nella stessa giornata, il Presidente del consiglio ha prima approvato l’ennesimo decreto per affrontare la crisi energetica e si è in seguito recato a visitare i luoghi colpiti dai temporali. Come se una mano invisibile avesse voluto incrociare questi due eventi in segno di ammonizione: e ribadire che energia, inquinamento, riscaldamento globale, clima sono tutti strettamente collegati tra loro. Il problema è che nonostante tale legame, azioni e decisioni del legislatore non appaiono sempre coerenti. Le crisi energetiche, per esempio, forse si affrontano anche con i decreti-legge; ma questi atti legislativi sono, per definizione, fondati sull’urgenza.

E quindi se una “crisi” giustifica l’urgenza, il “tema” energetico non la giustifica affatto. Non servono decisioni frettolose: serve una strategia. E, ancora oggi, la strategia non si vede. Il risparmio energetico, per esempio, che secondo Unione europea, governi nazionali e perfino qualche premio Nobel dovrebbe essere la geniale panacea di ogni male, è considerato solamente come risposta al fenomeno del caro bollette. Se i prezzi di gas ed elettricità non fossero esplosi, nessuno si sarebbe probabilmente curato di spegnere l’aria condizionata per qualche ora quest’estate o di provare a ridurre il riscaldamento il prossimo inverno. Si potrebbe obiettare che la motivazione non è importante, basta che la cosa giusta si faccia. Il problema è che ricette di questo tipo non sono affatto efficaci nel medio-lungo periodo. E forse nemmeno nel breve. Si tratta infatti di obiettivi utopistici: è impossibile aspettarsi che, di propria spontanea volontà (perché certo i controlli non si potranno mai effettuare), tutti i cittadini italiani o, peggio ancora, tutti quelli europei si coordinino perfettamente e diventino improvvisamente virtuosi del consumo energetico. La questione è naturalmente molto più complessa e forse, tristemente, senza soluzione. Se non quella di scoprire o sviluppare fonti energetiche innovative che non inquinino e non riscaldino ulteriormente il pianeta.

E che smettano di consegnarci, ormai con triste regolarità, tragedie come quella delle Marche. Di fronte alla quale, dal punto di vista politico ancor più che scientifico, è insopportabilmente colpevole derubricare l’evento come “di natura eccezionale” e difficilmente ripetibile. È eccezionale, per esempio, anche che crolli un pezzo di ghiacciaio: eppure è appena accaduto. Disastri come questo si ripetono ormai con cadenza annuale, se non addirittura più spesso. E in tutte le diverse zone del nostro territorio: Lombardia, Veneto e Marche sono i primi e più recenti esempi che vengono facilmente in mente. Laghi, mari, appennini, alpi, valli: sono ormai troppe le comunità che si tramandano i racconti delle tragedie, troppe le lapidi e i memoriali sparsi lungo la penisola. Questo significa che di eccezionale, allora, c’è solo la facilità con cui i sindaci, i presidenti di regione, il Parlamento e il governo si dimenticano del passato. Ed è brutto includere i sindaci in questo elenco, perché spesso si tratta di coloro che da subito scendono in strada coi cittadini per cercare di salvare il salvabile, scavare trincee, spostare macerie. Ma le politiche di salvaguardia e di sviluppo dell’ambiente si determinano soprattutto a livello locale: sono i Piani di governo del territorio che plasmano la forma delle città, che coprono, o hanno coperto in passato, i corsi d’acqua, che scavano nelle montagne, che sacrificano i boschi. E sono certi sindaci che evitano, per quieto vivere o per tornaconto elettorale, di combattere episodi di abusi edilizi che gridano vendetta. Certo, a monte di tutto ciò c’è anche un problema di insufficienze: insufficienze di fondi e di cultura ambientale. Mancano i fondi che servono a tenere puliti i boschi e i torrenti; o a mettere in sicurezza gli argini. E i fondi non possono mai essere trovati tutti in un bilancio di un comune, specialmente se piccolo. Cosa può fare un sindaco di un paese montano con un bilancio striminzito e il 90% di territorio non urbanizzato da curare o da controllare? E allora eccoci arrivare al vertice della piramide delle responsabilità.

E alla seconda insufficienza. Quella della cultura ambientale, che manca al legislatore così come manca a gran parte di noi cittadini. Perché è ingiusto prendersela solo con gli altri: con il fato, con il clima impazzito, con i politici incapaci. I colpevoli siamo anche noi, quando costruiamo dove non dobbiamo, quando disseminiamo il territorio di rifiuti, quando incendiamo un bosco. Ma non solo: siamo colpevoli anche quando evitiamo di pagare le tasse e togliamo risorse allo Stato che servirebbero per evitare anche queste tragedie. Ci accorgiamo del mondo e del clima che cambiano solo a causa di eventi così drammatici: ma siamo pronti a dare il nostro contributo solo quando ci troviamo il conto nella bolletta energetica. È dura, si scriveva, commentare tragedie come quella appena accaduta. Perché, a pensarci bene, ci scopriamo noi stessi responsabili.

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