Paolo Balduzzi
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Dopo Quota 100/ Il paradosso dei lavori gravosi per la pensione

di Paolo Balduzzi
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Mercoledì 29 Settembre 2021, 00:03

Possono resistere a tutto, tranne alla tentazione di mettere continuamente mano al sistema previdenziale. Questo penserebbe Oscar Wilde dei politici italiani, se potesse adattare la sua celebre massima. Nemmeno il tempo di archiviare (forse) Quota 100, infatti, e già il legislatore si è messo alla ricerca dell’ennesima via di fuga dal sentiero di razionalizzazione della spesa previdenziale. È notizia recente che un’apposita Commissione tecnica, un classico escamotage della politica per farci credere che non sia lei a decidere, ha redatto una nuova proposta di lavori da considerare “gravosi” e, quindi, ha di fatto aumentato il numero di lavoratori che possono ottenere l’anticipo pensionistico sociale (Ape).

Si passerebbe da 15 a 57 categorie di lavori, con un numero di mansioni che aumenterebbe da 65 a oltre 200. Delle due l’una, vien da pensare: o finora si è sempre sbagliato, e milioni di lavoratori in mansioni usuranti sono stati penalizzati per anni, oppure la Commissione si è lasciata prendere un po’ la mano. Non si capisce in effetti quale sia la vera finalità di questa operazione. Da un lato, è arduo credere che tale aggiornamento sia esclusivamente basato su ragionamenti economici e tecnici. Scorrendo infatti la lista dei nuovi lavori gravosi proposti dalla Commissione, difficilmente si potrà trattenere qualche sorriso. 

È quindi molto probabile che questa operazione sia stata pensata per addolcire la pillola dell’abbandono di Quota 100. Se così fosse, allora anche questo si caratterizzerà come l’ennesimo tentativo di smantellare, o perlomeno indebolire, la riforma Fornero di dieci anni fa, l’intervento in campo previdenziale più coraggioso e lungimirante di questo primo ventennio di secolo. Una riforma non priva di problemi, anzi: ma se i ben nove interventi di salvaguardia dei lavoratori cosiddetti “esodati” erano delle correzioni necessarie, qui si rischia di uccidere il buon senso. E non si tratta certo solo di questioni economiche. Ogni nuova concessione o promessa, in campo pensionistico, aumenta infatti sia il costo monetario della sua realizzazione sia quello politico ed elettorale di chi sarà poi costretto a rimangiarsela.

Ed è anche una questione di equità: allargando così tanto lo spettro dei lavori gravosi, si finirà per creare infinite zone di confine tra lavoratori tutelati e altri che si sentiranno esclusi e penalizzati, peraltro senza nemmeno tutti i torti. Vale infine di notare che l’anticipo pensionistico sociale, cui i nuovi lavoratori in mansioni gravose potrebbero accedere, permetterà di andare in pensione a 63 anni, quattro in meno dell’età legale al pensionamento (67). Tuttavia, come certificato dall’Ocse, la selva di ulteriori e diversi anticipi pensionistici della nostra legislazione previdenziale determina già oggi un’età media al pensionamento di soli 62 anni, addirittura meno di quanto richiesto per i lavori gravosi. Un bel paradosso, non c’è che dire. D’altra parte, volendo fidarsi della buona fede dell’operazione, nelle conclusioni della Commissione ci sono riflessioni anche molto ragionevoli, che vale la pena di considerare. Molti finti esperti di sistemi pensionistici, sostengono che il sistema previdenziale, perlomeno nella sua parte contributiva, calcoli i trattamenti pensionistici sull’aspettativa di vita del pensionato. Questo è falso. Ciò che rileva è l’aspettativa di vita media della popolazione, non quella del singolo lavoratore. Non è una differenza da poco.

Poiché ad aspettativa più elevata corrispondono, a parità di condizioni, pensioni più basse, utilizzare l’aspettativa di vita media della popolazione privilegia chi ha una vita attesa al pensionamento maggiore e penalizza chi ce l’ha inferiore. È del tutto ragionevole che chi svolge lavori gravosi abbia una aspettativa di vita inferiore a chi invece svolge lavori nient’affatto stressanti. E il sistema previdenziale favorisce i secondi a scapito dei primi. Se il lavoro della Commissione stimolerà un dibattito su questo aspetto, allora non sarà stato lavoro inutile. Con una attenzione, tuttavia, che vale la pena di esplicitare. L’aspettativa di vita media è un parametro scelto proprio per tutelare una categoria particolare di lavoratori con vita attesa elevata, vale a dire le donne. Che potrebbero dunque rimetterci. Infine, il lavoro della Commissione ha evidenziato un altro aspetto interessante e forse poco considerato finora dal dibattito: rispetto alle previsioni iniziali del governo, sono pochi i lavoratori che hanno fatto richiesta di anticipo pensionistico sociale. Una ragione di questo fenomeno potrebbe essere che, poiché l’Ape è calcolato interamente con logica contributiva, i lavoratori si rendono conto che il trattamento non è sufficientemente generoso. Era ora che anche gli adulti si rendessero conto del sistema previdenziale che hanno regalato ai loro figli. Un sistema più equo dal punto di vista attuariale ma decisamente meno generoso di quello retributivo cui le vecchie generazioni erano abituate. Una bella lezione di consapevolezza che andrebbe allargata all’intera popolazione. 

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