Francesco Grillo
Francesco Grillo

Nuove frontiere/ Quella spinta nel futuro che ci impone la pandemia

di Francesco Grillo
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Lunedì 3 Gennaio 2022, 00:00

L’unica cosa che possiamo prevedere è l’assoluta imprevedibilità del futuro. Di fronte alla resilienza di un virus che doveva sviluppare la resilienza del mondo, persino l’Economist, il più globale dei settimanali, quello che da un secolo e mezzo coltiva l’ironia che si associa alla saggezza, non ha potuto evitare di ammettere che il 2022 segna l’inizio di un’era nuova. Che abbiamo fatto il nostro ingresso in un mondo nel quale le certezze alle quali proviamo ancora a credere, non ci sono semplicemente più. Significa ciò che l’homo sapiens, la specie che si distingue per piegare la natura alle sue volontà, deve rassegnarsi ad essere in balia di fenomeni che non governa? Significa, in particolar modo, che il mondo occidentale che era definito dalla fiducia nella sua forza, sta perdendo? Assolutamente no. E, tuttavia, il 2022 sarà, soprattutto, l’inizio di un nuovo contesto al quale abituarci. Cercando nuove istituzioni, cioè nuovi meccanismi per assumere decisioni che riguardano tutti. Nuovi strumenti intellettuali perché quelli che avevamo erano concepiti per un mondo più stabile. Recuperando, persino, un’etica antica che ci rimetta in sintonia con un universo che immaginavamo di dominare.

Mai nella Storia, la velocità dell’umanità era stata così bruscamente e violentemente ridotta; e mai, però, innovazioni che covavano da anni sotto la cenere di mille inerzie, erano così velocemente divampate. Sono discontinuità radicali che riguardano le imprese, il mondo del lavoro, la politica, l’economia, la quotidianità di ciascuno di noi da New York fino al più piccolo borgo italiano. Sono passati meno di due anni, ma sembrano secoli. Due anni fa nessuno aveva mai sentito parlare di Zoom, una start up fondata da un ingegnere cinese arrivato in California a 30 anni e che è uno dei tanti esempi di integrazione tra Stati Uniti e Cina che sopravvivono alle guerre di facciata. Dopo due anni, in videoconferenza si è spostato un pezzo della nostra vita e di quelli che erano centinaia di viaggi forse inutili. E, forse, nel “nuovo normale” ci siamo già: Facebook e Twitter hanno già deciso che a Covid finito, i propri dipendenti potranno lavorare da casa per sempre (con esclusione dei più giovani). In giro per l’Italia ci sono manager di multinazionali che hanno avuto il permesso di continuare a dirigere team di centinaia di persone a distanza, viaggiando per il mondo fino alla fine del 2022. Ed è un futuro che abbiamo difficoltà persino a concepire perché è difficile immaginare – con gli occhi del Novecento – una qualsiasi azienda che sopravviva senza incontrarsi.

Cinema, centri commerciali, piccoli negozi di telefonia, grandi alberghi: è lunga la lista di parti dell’architettura delle nostre esistenze, che potrebbero non riaprire più. Eppure, ci sono molti altri lavori – non necessariamente nuovi – che saranno più presenti: paradossalmente, potrebbe esserci più spazio per l’agricoltura di qualità, per il turismo in centri che sono oggi deserti. Ma l’innovazione ancora più importante avverrà proprio nella convergenza che sta avvenendo tra Internet e biologia. Il vaccino Rna contro il Covid è stato il più grande traguardo mai raggiunto dalle aziende farmaceutiche alleate con quelle di biotecnologia. Potrebbe essere l’inizio della fine del cancro ma anche delle imprese che raggiunsero quel risultato straordinario. Un vaccino piattaforma diventa software aperto ad ulteriori elaborazioni che vale quanto più volte viene riusato; ma ciascuna nuova applicazione diminuisce la possibilità di conservarne il valore economico.

Siamo tutti ad un crocevia. Come sospesi tra un ulteriore enorme salto evolutivo e crisi che potrebbero essere irreversibili. Questo vale anche per l’economia e anche per un Paese, l’Italia, che ha vissuto un anno per certi versi miracoloso. Reso dolcissimo dall’abbraccio di Vialli e Mancini a Wembley. Eppure anche noi siamo su una lastra di ghiaccio. È sufficiente che un nuovo aumento dell’inflazione convinca la Banca Centrale Europea a chiudere l’ombrello di liquidità che proteggeva il nostro debito pubblico per renderci di nuovo fragili. Fragilità che aumenterebbe ancora se Mario Draghi confermasse la sua legittima aspirazione a non volersi farsi trascinare in una battaglia alla quale non è abituato.

Come si affronta allora una complessità che finora ci siamo limitati ad ammirare? Non certo chiudendo gli occhi e affidandoci allo stellone che spesso ci ha salvato. Ma guardando con occhi diversi. Forse, il problema più grosso è di tipo cognitivo. E, del resto, era la questione di come trasformare l’informazione in conoscenza che appassionò tutti i grandi filosofi e scienziati per due millenni. Noi abbiamo smesso di occuparcene, spezzando la conoscenza in mille piccole nicchie popolate da esperti che, per definizione, hanno difficoltà (e scarso interesse) a riconoscere fenomeni che sono tra di loro profondamente connessi.

Siamo nell’epoca della grande incertezza. Riusciremo a sopravviverle solo se rinunceremo alle certezze che abbiamo costruito in anni nei quali sembrava che non ci fossero limiti allo sviluppo. Ad un certo punto, inventammo, persino, un “principio di precauzione” che significa non intraprendere mai un’azione che potrebbe far male a qualcuno. Questo approccio appartiene al passato perché nel nuovo contesto non correre rischi, non ammettere i limiti della nostra tecnica, equivale ad arrenderci. Avremo bisogno più di sperimentazioni (e di meccanismi per estrarne conoscenza) che di riforme prese da un manuale. Abbiamo bisogno di riscoprire, in fondo, Ulisse per navigare verso il futuro. Siamo in un mondo diverso e fondamentale sarà riuscire a provarne entusiasmo più che terrore. 
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