Vittorio Emanuele Parsi
Vittorio Emanuele Parsi

Argine necessario/Lo spettro del nucleare e la coesione da ritrovare

di Vittorio Emanuele Parsi
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Lunedì 3 Ottobre 2022, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 22:28

Dopo l’annessione dei territori ucraini occupati dai russi nella guerra del 2014 e in quella ancora in corso, la narrazione russa si fa ulteriormente distante dalla realtà, farsesca quanto i referendum convocati la settimana scorsa e ritenuti illegittimi dall’Onu e dalla quasi totalità della comunità internazionale. Da quel momento, infatti, semplicemente restando fermi dove sono, immobili, gli ucraini starebbero comunque “invadendo la Russia”.

Un capolavoro di comicità, se non fosse per le tragiche implicazioni della guerra, che ci riportano invece alle più angoscianti e disperate pagine di “1984”, il romanzo distopico di George Orwell. Oltretutto gli ucraini, e giustamente, fermi non stanno e continuano ad avanzare per riconquistare quante più porzioni possono del loro territorio, mentre la soldataglia di Vladimir Putin non trova di meglio da fare che sfogare la propria frustrazione massacrando le carovane di donne e bambini in fuga dai combattimenti.


Di fronte all’irrompere dirompente della realtà nell’operazione militare speciale voluta dal Cremlino, il presidente della Federazione russa ha come suo solito rilanciato: ha costruito la gigantesca messinscena dei referendum ed annessione, proclamato a chiacchiere quello che i fatti semplicemente e clamorosamente smentiscono, perché, per occultare un enorme fallimento, era necessaria una grande, gigantesca bugia. 


Ma se questo può ancora funzionare sul piano interno, in un Paese ottenebrato e intontito da oltre vent’anni di propaganda e menzogne, le cose stanno ben diversamente sul piano internazionale, dove la carta bollata del Cremlino, lo show mediatico e tutta la messinscena cui abbiamo assistito non poteva certo nascondere la constatazione che “il re fosse nudo”, che i territori che si pretendeva di annettere non erano neppure sotto controllo dell’esercito occupante.

E così abbiamo assistito all’ennesimo rilancio, quello totale, ultimo: la minaccia dell’uso dell’arma nucleare, l’arma definitiva impiegata per capovolgere la realtà del campo, per impaurire gli ucraini, l’Occidente e il mondo. A questa minaccia la sola risposta che è possibile opporre è quella della fermezza. 
Si tratta dell’unico atteggiamento in grado di mantenere funzionante la deterrenza, di costringere un Vladimir Putin totalmente staccato dalla realtà a prendere atto che l’impiego di armi nucleari in Ucraina esporrebbe la Russia a una durissima ritorsione. 


Cedere ora significherebbe cedere da ora sempre e per sempre ai successivi ricatti che lo “zar nudo” non potrà che continuare ad attuare, nel tentativo di preservare il suo potere. Seppure non abbiamo nessuna certezza che chi dovesse succedere a Putin sarebbe portatore di una visione strategica, una cultura politica e un’etica diverse e migliori, possiamo solo sperare in una rimozione di Putin ad opera dei suoi accoliti e, nel frattempo, confidare che nell’apparato delle forze armate e della struttura statale russa ci sia ancora abbastanza intelligenza e decenza da non mettere in atto ordini che si configurerebbero come un crimine contro l’umanità. 


Allo stesso tempo dobbiamo augurarci che la società russa si risvegli da quel letargo e da quella passività così magistralmente raccontate già da Fiodor Dostoevskij, quasi due secoli orsono. Non è molto, ma è tutto quello che abbiamo. Ciò che non possiamo permetterci, invece, è mostrare incrinature che possano far ritenere a Putin che “il crimine paghi”, tanto più se mostruoso. 
Ne va del futuro della nostra libertà oltre che di quella del popolo ucraino e ne va della prospettiva di preservare la pace nel mondo.

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