Non solo investimenti/ Specializzazione e veri manager per rilanciare il Mezzogiorno

Lunedì 27 Luglio 2020 di
Ci sono due numeri che danno il senso della sfida che l’Italia (e l’Europa) si giocano nei prossimi mesi. Il primo è il tasso di occupazione delle persone che hanno tra i 25 ed i 34 anni d’età, che è un indicatore più rilevante del molto citato tasso di “disoccupazione giovanile” (quest’ultimo, infatti, non conta quelli che un lavoro hanno smesso di cercarlo e considera la fascia d’età tra i 15 e i 24 anni includendovi chi sta studiando). 

Agli ultimi tre posti su 283 regioni (l’Eurostat aggiunge a quelle dell’Unione Europea, i Paesi che vogliono accedervi) ci sono Calabria, Sicilia e Campania. Siamo lontanissimi non solo dalla Grecia e dal Portogallo, ma anche dietro all’Albania e alle regioni della Turchia al confine con la Siria. 

Il secondo numero si trova, invece, alla pagina 22 delle conclusioni del recentissimo Consiglio dell’Unione Europea e racconta la scelta che l’Europa fa nell’allocare il bilancio rafforzato che le servirà per rispondere alla sua più grave recessione: dei finanziamenti europei destinati a ristabilire “coesione” (e che costituiscono il capitolo più grande del bilancio rafforzato), 202 miliardi (in netta crescita rispetto al periodo 2014 – 2020) vanno alle Regioni meno sviluppate e solo 27 (in forte diminuzione rispetto al passato) a quelle che lo sono già. 

È proprio nei vari Sud d’Europa che Angela Merkel ha deciso, dunque, di giocarsi la sua scommessa con la Storia: basterebbe fare in modo che i trentenni siciliani avessero opportunità simili ai propri coetanei dell’Algarve per aggiungere un punto all’anno alla crescita di lungo periodo dell’Italia e vincere la partita di Next Generation Eu. 
Il problema però è che essa si gioca più nei territori abituati a perdere treni per poi chiedere perdono, che nelle lande disciplinate all’etica luterana. Cosa dovrebbe, allora, cambiare – dopo anni di dibattiti sofisticati e inutili sulla questione meridionale – per vincere una battaglia che abbiamo, sempre, perso (come certificano i dati della prima pagina del sito della stessa Commissione Europea e che continuano impietosamente a ricordare che solo la Croazia fa peggio dell’Italia per capacità di spesa di fondi strutturali)? 
Osservando proprio i tedeschi che – con un piano Marshall di simili dimensioni – riuscirono a ricucire la frattura che la guerra aveva aperto nel cuore del proprio Paese, sembra che la discontinuità dipenda da quattro scelte precise.

La prima è una ricetta di tipo keynesiano, che va però portata nel ventunesimo secolo: il Mezzogiorno ha bisogno di grandi investimenti infrastrutturali. L’Alta Velocità va completata sulla dorsale adriatica portandola fino in Sicilia e attraversando i luoghi – belli e tetri come Matera – che Carlo Levi immaginava essere fuori dalla Storia: il decreto semplificazione promette di scavalcare quelle inerzie che si sono strette al collo di qualsiasi ambizione, ma non meno decisiva sarà la capacità di essere selettivi. Di concentrare le proprie risorse tecniche, politiche e di controllo su opere che possano funzionare come manifesto di un Paese che ha deciso di giocarsi tutto sull’efficienza. 

Accanto ai treni, il futuro però entra in casa anche con le infrastrutture digitali, la banda ultra-larga e il 5G: internet è la leva per far fare a territori rimasti indietro un salto nelle normali traiettorie di sviluppo, ma fondamentale è la sperimentazione di servizi evoluti e ad utilità diffusa (presto a distanza potrà essere possibile verificare l’esistenza di carica virale da Coronavirus) che aggiungano a quello pubblico, l’investimento privato.

Ma le infrastrutture da sole non bastano. Lo dimostra il caso della zona tra Napoli e Caserta che possiede una dotazione in termini di aeroporti, porti, stazione e autostrade, non lontana da quella di Bologna e che però vive in una situazione di equilibrato sottosviluppo. La seconda decisione visionaria è quella di fare del Mezzogiorno l’avanguardia di un progetto che rimetta al centro la Scuola e le Università. 

Un programma di “riforme e investimenti” che segni una frattura con l’inerzia, deve avere l’obiettivo di rendere tutte le scuole del Mezzogiorno a tempo pieno. Di trasformare in campus le migliori università che sono, in questi anni, cresciute contro corrente (a partire da quella retta, fino a qualche mese fa, dall’attuale ministro Manfredi). Deve puntare sull’autonomia e sulla valutazione necessarie per progettare un investimento che va differenziato per luogo. Ad un aumento – continuo, focalizzato e non a salti fatto di infornate di precari – del numero dei docenti. 

Ci sono, poi, due questioni che un approccio finalmente moderno alla questione meridionale non può più eludere. Non esiste più – da tempo – il Mezzogiorno come blocco monolitico. Ed è profondamente sbagliato pensare che esso si possa sviluppare limitando ad “allinearne” i parametri verso una qualche media nazionale o comunitaria. Il Sud è in realtà fatto dalla somma di territori (più piccoli delle sue Regioni) che devono – ciascuno – trovare una specializzazione intelligente; qualcosa che li renda riconoscibili; un vantaggio competitivo potenziale sul quale costruire sviluppo che duri. 

Infine, è necessaria una classe dirigente completamente nuova. Cento anni fa, di fronte ad una crisi di dimensioni epocali, gli Stati Uniti si reinventarono aggregando attorno al proprio Presidente i talenti migliori ed i migliori entusiasmi che quel Paese esprimeva. 

Oggi per vincere sfide come quella di strappare il Sud ai sassi e portarlo al futuro, non possono bastare né le task force di accademici e manager che prestano allo Stato pezzi piccoli del proprio tempo, come se facessero beneficenza. E neppure i tecnici di un ministero con stipendio e carriere piattamente fisse. Occorre mettere attorno ad una visione, amministratori, imprese, economisti, investitori disposti a legare il proprio successo ai risultati concreti. A giocarsi su questa partita, il proprio futuro.

In fondo, il nemico più temibile è l’idea strisciante di cui - mentre affondiamo - non possiamo più permetterci di pagare il costo: quella che «tutto cambia affinché tutto rimanga tragicamente uguale a sé stesso». 

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