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Paolo Pombeni

Leader contro/ Quel bivio Cinquestelle di lotta e di governo

di Paolo Pombeni
5 Minuti di Lettura
Sabato 18 Giugno 2022, 00:05

La situazione interna ai Cinquestelle non può essere liquidata semplicemente né come uno scontro di personalità fra Di Maio e Conte, né come un problema di “poltronismo” in dipendenza dalle decisioni sul vincolo dei due mandati. Indubbiamente a pesare è il futuro elettorale di un partito che oggi non gode certo di prospettive favorevoli (e non solo per le amministrative: Conte non ha avuto il coraggio di candidarsi al collegio parlamentare di Roma …), ma che  in parlamento è ancora la forza numericamente più consistente.

Ora la questione del superamento del vincolo del secondo mandato pone il tema non irrilevante di come M5S si presenterà agli elettori: se supera quel vincolo mette in campo il frutto della sua maturazione come classe politica, con le sue debolezze, ma anche con i suoi risultati; se lo mantiene ritorna a fare appello all’idea della politica che si può mettere in mano a chiunque basta un po’ di populismo e di appello alle aspettative corporative che percorrono la nostra società. Non è difficile capire che se si opta per il primo versante si premiano per lo più Di Maio e i “governisti”, mentre nel secondo caso Conte sarebbe libero di costruirsi delle liste che accentuino la sua leadership e lo lascino arbitro di gestire una politica che è parsa per lo più sotto il segno della disinvoltura.

Tutto semplice? Nemmeno un poco, perché se accettiamo di ragionare in quest’ottica bisogna considerare il contesto che impone l’attuale legge elettorale, essendo difficile immaginare che passi una riforma in senso proporzionale che segnerebbe il “liberi tutti”. Ora le liste pentastellate andranno, almeno per la parte uninominale, contrattate con il partner di coalizione che è il Pd, il quale immaginiamo avrebbe difficoltà a rinunciare alla presenza di personalità dei Cinque Stelle che possono suffragare la sua tesi secondo cui si ha a che fare con un partito che non è più quello del “Vaffa”, ma che ha maturato esperienze e dato prova di saper lavorare insieme. Accettare candidature che suffraghino una immagine barricadiera del M5S contiano risulterebbe difficile e penalizzante, non fosse altro perché sarebbe un assist formidabile alla polemica del centro di Calenda, Renzi ed altri che puntano a consolidarsi proprio come forza alternativa al mai tramontato grillismo.

Certo questo vale per il percorso che ci porterà alle urne, ma quel percorso è già cominciato e crea problemi al governo e alla gestione della politica corrente (che non è roba banale, non solo per i problemi sul piano internazionale, ma anche per il Pnrr e quant’altro). Il fatto che non solo il ministro degli Esteri, ma anche sottosegretari e altri membri del governo appartengano ad un partito in cui dal leader a vari altri membri si fa sfoggio di prese di distanza dall’impostazione dell’esecutivo non può lasciare indifferenti. Ammettiamo pure che la politica italiana ci ha abituato a un bel po’ di funambolismi verbali, a disinvolture nell’intestarsi i risultati ottenuti da altri, e via elencando, ma non si può esagerare.

L’appuntamento del 21 giugno sulla risoluzione per la politica che Draghi porterà avanti nel vertice europeo non si gioca solo sull’abilità nel confezionare un testo che possa andar bene a tutti. I nostri partner hanno osservatori che seguono e analizzano il nostro dibattito interno, leggono i giornali, registrano quel che si dice nei talk e dunque le parole che verranno licenziate dal dibattito parlamentare saranno lette in trasparenza alla luce di quelle diatribe. Il nostro premier può, come si è visto, spendere una sua credibilità personale, ma non può tenersi fuori e al di sopra di quel che accade nel quadro politico in cui si muove.

Il confronto interno ai Cinque Stelle deve di conseguenza trovare un punto di verifica. La scissione ventilata non sembrerebbe al momento vantaggiosa per nessuno dei due contendenti. Non solo perché darebbe vita a due mozziconi di partito che non si vede poi come potrebbero sopravvivere ad una competizione elettorale con le regole attuali. Sarebbe difficile per il Pd tenerle dentro entrambe e altrettanto scegliere per una contro l’altra, visto che poi nessuna sembra in grado di portare un numero consistente di voti per l’affermazione del cosiddetto campo largo. C’è anche la questione che una scissione non si può fare proprio a ridosso della tornata elettorale, perché comunque ci vuole del tempo per ricostruire le rispettive basi sul territorio. Ciò significa però che con una scissione a breve si metterebbe inevitabilmente in crisi il governo in carica, o in modo decisivo facendolo cadere (come sarebbe probabile), o con una soluzione pasticciata che potrebbe mantenerlo in vita per ragioni di equilibri contingenti al prezzo però di renderlo la classica anatra zoppa.
In sostanza stanno venendo al pettine i nodi che erano impliciti nell’esperienza dei Cinque Stelle: devono scegliere se provare a procedere sulla strada del movimentismo protestatario, ma rinunciando, visto i numeri che probabilmente avranno, al vario lobbismo più o meno mascherato che hanno intessuto con varie componenti del nostro complicato sistema socio-politico, o se virare decisamente per strutturare l’ingresso in politica di una nuova componente generazionale che si è imposta senza passare per i canali dei partiti tradizionali, ma che adesso deve mostrare di aver imparato a far parte di un sistema di gestione della cosa pubblica.

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