Carlo Nordio
Carlo Nordio

Linguaggi moderni/ ​La regressione dei giovani e l’arte (ignota) della scrittura

di Carlo Nordio
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Sabato 20 Novembre 2021, 00:09 - Ultimo aggiornamento: 23:15

Nell’ultima parte del “Fedro” di Platone, Socrate critica severamente la scrittura. Il saggio filosofo - che in effetti si affidò sempre e solo alla parola - narra la storia del dio egizio Theuth (in realtà Toth) che rivelò al re Thamos l’arte di scrivere «come medicina di sapienza». Al che il sovrano lo redarguì in quanto le lettere avrebbero cagionato «smemoramento nelle anime di color che le hanno apprese».
I ragazzi, concluse Thamos «si crederanno conoscitori di molte cose, mentre in realtà saranno ignoranti». In sostanza la scrittura avrebbe indebolito ed esautorato la memoria, atrofizzando l’intelligenza e la capacità critica. Non sappiamo se i quarantamila ragazzi che hanno indirizzato al ministro della Pubblica istruzione una lettera per abolire, all’esame di maturità, la prova scritta in quanto “pleonastica”, avessero letto questo dialogo pedagogico. Certo non conoscevano la filosofia dei sofisti, maestri di paralogismi e paradossi, perché altrimenti avrebbero evitato di valersi dello strumento della scrittura per invocarne l’eliminazione.
Ma questo fa parte della scapigliatura adolescenziale. Quello che invece è interessante è che siano stati presi sul serio. «Valuteremo e faremo l’interesse dei ragazzi»,pare abbia detto il competente ministro. Probabilmente, lui sì, stava pensando al “Fedro”. 


In effetti una forma di regressione verso le forme elementari e primitive di espressione è già iniziata da tempo. Correggendo i compiti degli aspiranti avvocati (laureati con due anni di pratica forense) incontriamo sempre più spesso geroglifici estrapolati dal linguaggio informatico: il più usuale è il xché al posto del perché. 
E tutto lascia prevedere che l’evoluzione tecnologica eliminerà la forma ormai arcaica della scrittura. In fondo l’uomo, ci dicono gli antropologi, è vissuto per millenni esprimendosi a gesti, e solo molto tempo dopo elaborò la parola. Quanto all’alfabeto, esso è ancor più recente. Lo stesso Pentateuco, che a lungo fu attribuito a Mosè, oggi si ritiene essere stato redatto nel sesto secolo, e fino ad allora tramandato a memoria. Lo stesso per i poemi omerici. Come si vede, la scrittura è un’invenzione occasionale, e probabilmente opzionabile.
Il problema è se lo sia, come si dice, hic et nunc, con la scuola attuale e con la sua presunta funzione. Nei tempi andati, l’istruzione dei ricchi era affidata ai precettori, quella dei poveri alle parrocchie e quel che restava alle famiglie. Oggi gli istitutori privati sono scomparsi, la secolarizzazione ha sminuito il ruolo dei parroci, e i genitori sono occupati altrove. Resta la scuola, e la scuola dovrebbe garantire la formazione di tutti e la selezione dei migliori. Entrambe le cose dipendono dai sistemi valutativi, e benché questi siano stati stemperati da un generalizzato buonismo compromissorio, non sono surrogabili, almeno per ora, da altre forme di giudizio, tra le quali campeggia quello sulla capacità di leggere e scrivere.


Senonché la stessa scuola, da tempo, pare aver abdicato a questa funzione, introducendo una sorta di appiattimento burocratico che senza aiutare i meno dotati scoraggia e umilia i più volenterosi. La prova scritta, nella sua tradizione pedagogica, ha la funzione di ordinare i concetti, e di esporli in modo chiaro secondo una consequenzialità logica. Il vecchio “riassunto”, imposto dai nostri professori di liceo, educava a soffermarsi analiticamente su una tesi prima di ricondurla, con parole nostre, a una sintesi efficace. Era insomma una palestra intellettuale che ci affrancava dal rischio di simulare un pensiero assente con un vocabolario preso a prestito. La sua eliminazione, invece di potenziare – come intendeva Socrate - la memoria, rischia di far precipitare lo studente nella “notte in cui tutte le vacche sono nere”, cioè nell’indifferenziato turbinio del ragionamento sconnesso. 


Un’altra considerazione è di ordine pratico. Una simile riforma sarebbe soltanto apparente, rappresentando solo un rinvio ad altra data di quella valutazione che si è inteso evitare. Dopo la maturità il giovane andrà, si suppone, all’Università, dove i nodi verranno al pettine. E se anche questo vecchio tempio del sapere diventasse un mero diplomificio equo e solidale, la selezione la farà il mercato. Non solo. Se e quando il neo dottore si presenterà a un concorso, e si dimostrerà carente nella logica e impacciato nello scrivere, subirà, in età ormai matura, le cocenti delusioni di una ormai irreversibile emarginazione professionale. Questo sarà il risultato di aver voluto scimmiottare il politicamente corretto dell’attuale pedagogia. 
Concludo. Alla cerimonia di consegna del premio Nobel, il 12 dicembre 1975, Eugenio Montale pronunciò un memorabile discorso dal titolo: «È ancora possibile la poesia?» Potremmo riproporci ora la medesima questione sulla scrittura, e la risposta è incerta. Poiché infatti la storia dell’uomo è una serie di corsi e ricorsi imprevisti e imprevedibili, non possiamo escludere che si ritorni alle forme originarie di comunicazione, quella a gesti. Cioè quelli delle scimmie che vorremmo emulare e dalle quali, secondo Darwin, deriviamo.

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