Il supporto a Serraj/Libia, la strada per l’Italia: ruolo più attivo

Venerdì 19 Giugno 2020 di
Appare ormai evidente che il sentiero, già così stretto per recuperare un ruolo italiano in Libia, si sta facendo strettissimo. E senza una determinata decisione in tempi rapidi rischia di chiudersi completamente e senza altre possibilità. A quel punto non resterà che recarsi con il cappello in mano dai nuovi padroni della Libia.

Con il cappello in mano per chiedere sommessamente di mantenere almeno le nostre forniture energetiche rinunciando definitivamente a qualsiasi altro ruolo nella soluzione della crisi libica. Se questo ci basta siamo sulla buona strada.

Sarà sufficiente continuare a evocare una “soluzione politica” della crisi e fare appello a un “protagonismo dell’Europa” di cui peraltro non c’è proprio traccia. In compenso ci sarà materia per discussioni e analisi su come recuperare un ruolo dell’Italia in Libia diventando tutti protagonisti di una nuova versione della piece teatrale “Aspettando Godot”.

Naturalmente dobbiamo sapere che il prezzo che pagheremo per questa impotenza sarà altissimo. Consegnare la gestione e la soluzione della crisi libica all’esclusivo protagonismo russo-turco comporta conseguenze troppo negative per noi, e non solo. Innanzitutto sarà drasticamente ridimensionato il nostro ruolo nell’intera area del Mediterraneo.

E’ noto come per l’Italia il dossier libico è quello principale dal cui esito dipende anche la credibiltà e la forza che avrà il nostro Paese nel condizionare le auspicabili prospettive di stabilità e sviluppo nell’area del Mediterraneo così detto “allargato”. Dal punto di vista operativo la gestione dei flussi migratori diventerà uno strumento formidabile di ricatto di cui il nostro Paese sarà oggetto. Quanto è avvenuto nella gestione dei flussi migratori nell’area balcanica da parte della Turchia docet.

E l’Eni che grazie alle scelte sagge e lungimiranti di questi anni sia in termini di investimenti che di relazioni, stava acquisendo in tutta l’area un ruolo centrale propedeutico a una crescita del ruolo strategico dell’Italia nel Mediterraneo, vedrebbe notevolmente ridimensionata questa possibilità. Infine una nuova e forte presenza militare russa e turca difronte alle installazioni strategiche Usa e Nato nel Mediterraneo non saranno certamente un motivo di maggiore “tranquillità” per il nostro Paese. Insomma il saldo di questo nuovo scenario sarebbe per noi negativo da qualunque angolazione lo si guardi. Vale dunque la pena provare a sfruttare i residui margini che ci sono per tornare ad avere un ruolo nella gestione della crisi, consapevoli che comunque sarà dura.

L’esperienza di questi anni e in particolare quella più recente ci dimostra che la giusta insistenza su soluzioni politico-diplomatiche delle crisi diventano efficaci se si accompagnano ad assunzioni di responsabilità anche di tipo militare.
Altrimenti restano solo sterili petizioni di principio. E a scanso di equivoci questo, tanto più in Libia, non significa “fare la guerra”. Proprio nel caso libico questo significa riprendere un impegno che aveva caratterizzato sin dall’inizio, all’indomani di quella sciagurata guerra del 2011, il ruolo italiano in Libia. Quello cioè di contribuire alla costruzione del sistema di difesa di uno Stato libico autonomo.

Con una presenza militare italiana finalizzata alla formazione delle nuove forze armate libiche e a supportare l’azione di controllo del territorio in una fase di transizione. Oggi varrebbe la pena riprendere subito questa intesa offrendo la disponibilità non solo alle attività di sminamento che ci sono state richieste dal Gna di Serraj e che sicuramente è opportuno svolgere. Ma anche dando la disponibilità a una ulteriore presenza navale a presidio della costa e aerea a presidio dei cieli procedendo contestualmente alle attività formative. Il Gna avrebbe tutto l’interesse a cogliere queste disponibilità che sarebbero svolte collaborando con i turchi e con l’unico intento di aiutare a sviluppare un autonoma capacità delle forze libiche.

Questa iniziativa consentirebbe peraltro di rendere molto più efficace l’operazione “Irini” nell’interesse della pace in quel Paese e rafforzerebbe notevolmente la voce italiana nell’ambito europeo per pretendere un protagonismo dell’Europa che si rende davvero necessario. Sarebbe inoltre molto più funzionale all’interesse nazionale un simile impiego delle nostre forze militari piuttosto che in teatri meno rilevanti per i nostri interessi geopolitici e dove abbiamo già abbondantemente dato. Ultimo aggiornamento: 07:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA