Lazio-Roma, il saluto amaro alla Nord orfana del tifo

Sabato 16 Gennaio 2021 di
Lazio-Roma, il saluto amaro alla Nord orfana del tifo

Se lo prende la Lazio nettamente (3-0) il derby mai visto (quello che ricorderemo come il Lazio-Roma deserto. Lo perde male la Roma, questo appuntamento. Ma se questo è il copione scritto ieri sera dai gol di Immobile e Luis Alberto o dagli errori di Ibanez, c’è un sottotesto riguardante l’inaudito che – come capita da quasi undici mesi – ci tocca in sorte. Un gioco di sottrazioni e di urla strozzate in gola (i boati mancati delle curve). Un prima e un dopo. Anche della serata di ieri.

«Spero che un derby così non ritorni mai più...». Chi ha avuto in sorte di esserci, pochissimi, 500 più o meno e (quasi) tutti per motivi autocertificati di lavoro – forse se la ricantava così in testa “Nel blu dipinto di blu”. E il risultato, con quell’auspicio, per una volta, non c’entrava niente. Stonava tutto, in questo silenzio. Certi petardi che senti forti e chiari dentro l’Olimpico vuoto come mai è stato per un Lazio-Roma; quei gruppi di tifosi che si assembrano per le strade come fossimo in altri tempi, non quelli in cui anche Roma - la città - e il Lazio - la regione - stanno per tornare arancioni. Persino la musica suona troppo alta in un catino che fino al 26 gennaio, data dell’ultimo derby, non avrebbe consentito di ascoltare note e acuti. In un derby normale nulla di tutto ciò avrebbe fatto notizia, nulla.

Il calendario, una stagione fa (il 26 gennaio, appunto) , aveva proposto la sfida delle romane come uno degli ultimi appuntamenti di un calcio (una vita) normale: ricordate com’eravamo, prima... Sì, prima del Covid, prima di tutto questo, che ci costringe alla lotta quando siamo stanchi. Di un derby rigenerante dell’adrenalina (non della rabbia) avremmo avuto bisogno tutti: laziali, romanisti, neutrali. E perfino l’arbitro.

Più di un grande sciarpone laziale (i biancocelesti giocavano “in casa”) in tribuna Tevere non si poteva; più di un gioco di luci e aquile; più delle note del violino di Andrea Casta e del giovane chitarrista Jacopo Mastrangelo, quello che suonava Morricone a piazza Navona. Proprio no, più di questo proprio no. E alla fine della partita quella scena pazzesca: la Lazio che va a esultare sotto la Nord vuota come quando c’era il pubblico.

E’ l’amaro calice, un altro pezzettino della normalità che perdiamo. E’ tanto quello che si perde ogni giorno; a Roma domani perderemo alcune libertà che questo territorio si era conquistato, nella guerra di trincea al virus. E questa sovranità sul nostro vivere, che perdiamo per la pandemia, chissà quando la ritroveremo.

La ragione ti fa dire in continuazione che è giusto così; è meno peggio così. Anche il derby. Eppure pesa. E pesa tantissimo sul calcio: non si è mai fermato, a parte il primo lockdown, il calcio. Eppure fa i conti con l’incapacità di capire che la bolla in cui viveva prima del virus, quella degli stipendi fuori da ogni parametro è scoppiata.
E’ solo nelle case, in quelle case messe a dura prova dagli isolamenti di questi mesi, che forse il derby è stato “normale”: a quelle case si rivolgono Immobile e Luis Alberto quando esultano dopo i gol. Non basta, ma serve. Come servirebbe evitare di affollarsi fuori da una curva per far sembrare normale quello che non è “come prima”. Con il risultato che “fa classifica”, nel bene (per Inzaghi che si rilancia) e nel male (per Fonseca che non riesce proprio a battere una grande), i 500 della partita che nessuno dimenticherà se ne sono tornati a casa. Senza traffico sulla via Olimpica (e quando mai). Qualcuno avrà dovuto mostrare autocertificazioni al rientro. Tutti avranno canticchiato ancora – malinconici - sperando di essere almeno in mille per Roma-Lazio, la gara di ritorno il 16 maggio prossimo. L’ultima partita all’Olimpico prima della bolla degli Europei.
 

Ultimo aggiornamento: 10:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA