Paolo Balduzzi
Paolo Balduzzi

Settori in crisi/ Se il lavoro stabile non è più un obiettivo

di Paolo Balduzzi
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Venerdì 27 Maggio 2022, 00:02

Nell’immaginario collettivo, tra i tanti problemi che può avere la motorizzazione civile, sicuramente uno degli ultimi è quello invece rivelato ieri dal ministro per le Infrastrutture e per la mobilità sostenibile, Enrico Giovannini, durante la sua audizione presso la Commissione Trasporti della Camera: molti vincitori di un recente concorso per funzionari non ci vogliono lavorare. A meno che la sede di lavoro non sia al Sud. Fosse solo un problema della motorizzazione civile, o magari anche più specifico di quel particolare impiego, il tema sarebbe derubricabile a mera curiosità. Ma di mera curiosità non si tratta affatto. Innanzitutto, perché, sempre secondo il ministro Giovannini, il problema potrebbe ripresentarsi a breve, in occasione del concorso per ingegneri. Inoltre, perché il fenomeno è molto più diffuso di quanto si possa credere. A partire dalla pubblica amministrazione: vincitori che spariscono dopo aver passato le selezioni, bandi di concorso per posti pubblici che vanno deserti. A Torino, per esempio, nessuno sembra voler lavorare all’ufficio Dogane: un solo posto è stato assegnato su 34 disponibili.

Che cosa sta succedendo? Volendo essere ottimisti, potremmo pensare che il mondo fuori dalla Pubblica amministrazione stia offendo alternative di gran lunga più desiderabili: stipendi più elevati, carriere più semplici, meno macchinosità per le assunzioni.

Ma basta interrogare l’Istat per scoprire che il tasso di disoccupazione in Italia è ancor superiore all’8%, addirittura al 24,5% tra i giovani di età inferiore ai 24 anni. Non solo: l’Italia è campionessa europea di Neet, giovani che non studiano, non si formano, non lavorano. Sono tre milioni, più della metà sono donne. E ultimamente il settore privato non è messo molto meglio del settore pubblico. Anzi, sta persino peggio. 
Ha già un nome il fenomeno per cui le persone stanno rinunciando a impieghi a tempo indeterminato o addirittura a lavorare: “The Great Resignation”, le grandi dimissioni. Un nome che però nasconde anche un sottile gioco di parole. Perché da un lato il fenomeno ha sicuramente un lato positivo: le persone vogliono vivere più pienamente la propria vita e riappropriarsi del tempo perso, magari a causa del Covid o di chissà quale nuova disgrazia ci capiterà in futuro. Non che sia una novità assoluta: “Carpe diem” lo chiamava già il grande poeta Orazio. Ma non esiste solo il lato romantico del fenomeno, anzi: quello drammatico è perfino più importante. “Resignation” significa infatti anche rassegnazione. E in questo senso le rinunce, gli abbandoni, le attese sono indicazioni di incapacità di trovare un lavoro che davvero soddisfi le proprie aspettative. È facile essere un giovane autonomo, oggi? È facile vivere in una grande città, magari del Nord, dove un affitto si mangia facilmente ben oltre la metà della propria retribuzione? È facile doversi letteralmente accontentare di occupazioni che non rispecchiano affatto le proprie competenze? È facile ammettere che il proprio titolo di studio, faticosamente conquistato in anni di istruzione terziaria e specializzazioni post-laurea, non serve a nulla? L’Italia è uno dei paesi peggiori, in Europa, per discrepanza tra livello di istruzione e competenze richieste sul posto di lavoro. E non è quindi un caso che, proprio nel periodo 2021-2022, quello della “Great Resignation”, si sia osservato anche un calo degli immatricolati nelle università italiane. La classe dirigente, che certo molto poco rappresenta i più giovani, trova molto confortante dare la responsabilità di certi comportamenti a questi ultimi. Ogni decade di questo secolo ha la sua parola d’ordine: erano “bamboccioni” per Tommaso Padoa Schioppa e “choosy” per Elsa Fornero. Eppure, un esame di coscienza del legislatore forse evidenzierebbe di chi sono le vere responsabilità. Troppi sono i problemi da affrontare nell’anno rimanente di questa XVIII° legislatura. Ma vale la pena di insistere, così che almeno, se non risolti prima, essi possano trovare spazio fra i temi dell’imminente campagna elettorale.

Innanzitutto, bisogna spezzare la spirale negativa che vede il Reddito di cittadinanza sì contrastare il fenomeno della povertà ma allo stesso condannare molti dei suoi percettori proprio a una “trappola della povertà”. In altre parole, molti decidono di non lavorare perché percepiscono un trattamento alternativo a volte troppo generoso. Per non abolirlo, questo istituto andrà sicuramente migliorato, investendo molte più risorse sui controlli di idoneità e sulla promozione del lavoro. La tassazione dei redditi da lavoro è un altro tema fondamentale, sia sul lato della domanda sia sul lato dell’offerta di lavoro. La riforma del fisco, con un taglio netto al cuneo fiscale, non può ulteriormente aspettare. Eppure si preferisce stare sulle barricate delle concessioni balneari, una battaglia degna di miglior causa, che battersi per ridurre sensibilmente le imposte sul reddito, che ogni anno valgono migliaia di euro per ogni contribuente. E se è vero che giovani e lavoratori più anziani vogliono vivere al meglio il proprio tempo, la soluzione non è certo farli rinunciare al lavoro ma rendere più piacevole e gratificante, non solo dal punto di vista economico, questa esperienza: sviluppando, per esempio, forme innovative di welfare aziendale, ricorrendo in maniera più efficace al lavoro agile. E rendendo la stessa amministrazione pubblica più moderna e organizzata. E più appetibile.

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