Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€
Pio d Emilia
Pio d’Emilia

La scatola dei sogni che uccide i randagi

di Pio d’Emilia
5 Minuti di Lettura
Lunedì 14 Dicembre 2020, 00:10

Ricordate “Hachiko – Il tuo migliore amico”, il film strappalacrime interpretato da Richard Gere incentrato sul cane giapponese Akita che per nove anni ha inutilmente aspettato il suo padrone - morto di infarto – davanti alla stazione di Shibuya, a Tokyo (qui il trailer del film: https://www.youtube.com/watch?v=eqxXyORPvKE)? La sua statua – e la sua tomba, nel vicino cimitero di Aoyama - attirano ancora oggi migliaia di turisti e la sua storia rappresenta uno dei simboli della fedeltà assoluta che si deve al “padrone” (e all’autorità, in genere…). 
Bene, oggi Hachiko non sarebbe sopravvissuto 9 anni, e forse neanche 9 ore. Nel giro di pochi minuti, girando senza guinzaglio, qualcuno lo avrebbe notato e segnalato al servizio “Protezione (sic!) Animali” del Comune. Un servizio molto efficiente: li chiami, segnali l’esistenza di un cane o un gatto “randagio”, fornisci l’indirizzo o comunque le necessarie indicazioni e nel giro di pochi minuti arriva il furgone. Il servizio può essere attivato anche da casa: i proprietari di animali domestici che non possono o non vogliono più occuparsene non debbono preoccuparsi di trovare il modo per sbarazzarsene. Ci pensa il Comune. Beh, che c’è di male direte voi… almeno così si evita il triste, drammatico, orribile fenomeno dell’abbandono e l’aumento della popolazione di cani e gatti “randagi”, che in effetti in Giappone, soprattutto nelle grandi città, in pratica non esistono. E così potrebbe e dovrebbe essere. 


Ma così non è. Una volta finiti sul furgone, cani e gatti “randagi”, o comunque non più graditi, fanno una brutta fine: vengono gassati. La maggior parte dei comuni prevede un “passaggio”, meglio sarebbe chiamarla crudele agonia, di al massimo 7 giorni in una struttura attrezzata, si fa per dire, dove i padroni che li hanno semplicemente persi possono andarseli a riprendere (pagando una salatissima multa) o dove possono sperare in una improbabile adozione (le poche volte che ciò avviene, non è da parte di individui, ma di associazioni di volontari): dopodichè vengono soppressi con il diossido di carbonio. Una pratica orribile, come potete vedere da questo video postato su YouTube giapponese: https://www.youtube.com/watch?v=ezYW7MNt13E&has_verified=1 (attenzione, le immagini sono davvero “forti”). Alcuni Comuni evitano di perdere tempo: li gassano direttamente nel furgone. Li mettono dentro un contenitore di ferro chiamato eufemisticamente “dream box” (scatola dei sogni), e dopo essere salito a bordo l’autista, dal suo abitacolo, spinge un semplice pulsante. Così si evita il passaggio, quasi sempre inutile, al canile, e si risparmia sui tempi: il furgone si ferma direttamente di fronte al forno crematorio. 


«Sarà anche efficiente, ma in questo modo non ti danno nemmeno il tempo di ripensarci», mi ha raccontato una signora giapponese, che dopo aver deciso di sbarazzarsi del suo cane ci aveva ripensato: dopo un lungo giro di telefonate ha scoperto che il suo Fido non c’era più. Una sorte che ogni anno capita a circa 200 mila cani e gatti, l’80% di quelli che vengono, per varie ragioni, abbandonati. In Inghilterra, tanto per fare un esempio, sono meno del 6%. 
«Abbiamo un rapporto perverso con gli animali domestici – spiega Michiko Kobayashi, di Animal Forest, una Ong che si occupa di salvare gli animali in pericolo – da un lato li coccoliamo in modo esagerato, dall’altro ce ne sbarazziamo come fossero oggetti». Si perché i giapponesi adorano gli animali domestici. Ma spesso li trattano proprio come “oggetti”: quando si stufano, li gettano via (con le dovute eccezioni: ci sono anche casi di funerali pomposi, che possono costare oltre 10 mila euro).


In Giappone, come in altri Paesi, Italia compresa, oramai ci sono più animali domestici che bambini. Nelle grandi città ci sono più negozi per animali, con tanto di “abiti” e gadget vari firmati, che per bambini. Lo impone il “mercato”: a fronte di 35 milioni di animali domestici (oltre a cani e gatti, i giapponesi adorano tenere in casa uccelli, conigli, insetti e quant’altro: basta vedere l’offerta disponibile in questo annuale “mercato”: https://www.youtube.com/watch?v=zqDrrINjN3Y&feature=emb_logo) ci sono meno di 16 milioni di bambini sotto i 14 anni. Quest’anno, record negativo assoluto, sono nati solo 800 mila bambini, mentre sono stati venduti oltre 3 milioni di animali vari, spesso a prezzi esorbitanti. E questo è un altro problema: così come avviene per gli esseri umani, i giapponesi non amano adottare; difficile, molto difficile, che una famiglia, una coppia, o un/a single che decidano di mettersi in casa un animale vadano a prenderselo in un canile o rispondano ad un annuncio sui social. Troppo “mendokusai”, fastidioso, complicato. Molto meglio andarselo a comprare, o addirittura ordinarlo su internet (pratica aumentata, ai tempi del Covid). Costa un po’, ma in cambio sei sicuro della provenienza, dei vaccini e hai una serie di servizi garantiti: come quello di restituirlo, anche dopo anni. In questo modo si evita anche il fastidio di chiamare il Comune e di vedere il tuo “migliore amico” entrare nella “scatola dei sogni”. Brrr.

© RIPRODUZIONE RISERVATA