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Ruben Razzante

Verità di comodo/ La pista del denaro per battere le fake news

di Ruben Razzante
4 Minuti di Lettura
Sabato 9 Luglio 2022, 00:21

Ogni volta che si parla di fake news lo si fa osservando il fenomeno con le lenti deformanti dell’ideologia. La diffusione di notizie false viene vista quasi sempre come una pratica propagandistica finalizzata a veicolare verità di comodo, funzionali alla conservazione del potere e alla manipolazione dell’opinione pubblica. 
Il movente dominante della disinformazione è certamente questo. Lo si è visto durante il Covid, se ne sta avendo conferma in occasione del conflitto russo-ucraino. Gli apparati nazionali e internazionali del potere utilizzano le notizie false come un’arma per combattere guerre, perseguire interessi economici e finanziari, destabilizzare governi, propiziare cambiamenti negli assetti geopolitici.

Ma dietro tutto questo ci sono ingenti risorse economiche e finanziarie dovute al carattere perverso dei meccanismi di propalazione delle notizie false. Chi le fa circolare si arricchisce a dismisura con tale traffico perché quel tipo di informazioni, sapientemente confezionate, finisce per calamitare l’attenzione degli internauti e per generare click. 

E chi investe sulla disinformazione per obiettivi subdoli può contare sul sostegno delle inserzioni pubblicitarie valorizzate da sapienti tecniche di evidenziazione di quei link nello spazio virtuale. Ecco perché uno degli snodi decisivi per contenere la piaga della circolazione virale di fake news è quello della demonetizzazione dei link fake o fuorvianti. In altri termini, bisogna attivare qualsiasi misura in grado di chiudere i rubinetti dell’ossigeno, vale a dire degli introiti pubblicitari, a quei siti che scientemente e per finalità di varia natura avvelenano l’infosfera con contenuti falsi e inattendibili.

La chiusura di quei rubinetti non può esaurirsi in una brusca manovra impeditiva nel perimetro degli inserzionisti, ma deve far parte di una strategia globale di “boicottaggio finanziario” di canali web e social palesemente inclini a quelle pratiche inquinanti. Colossi del web, governi nazionali, organizzazioni sovranazionali devono marciare uniti sulla strada dell’affermazione di una maggiore trasparenza nella destinazione delle risorse economiche e finanziarie, con una attenta focalizzazione sui flussi di messaggi fuorvianti e di dubbia autenticità che finiscono per generare disorientamento nell’opinione pubblica inducendo comportamenti sbagliati.

Peraltro è provato che i disinformatori più esperti sono multitasking, cioè giocano su più tavoli e cavalcano il filone delle fake news rispetto a diversi argomenti di interesse pubblico, anche attraverso articoli non firmati o domini poco trasparenti.

Una mano in questo senso potrà darla la progressiva applicazione del Codice di condotta “rafforzato” sulla disinformazione, che 34 organizzazioni tra le quali i principali colossi del web e altre piattaforme hanno sottoscritto nelle settimane scorse e che, tra gli elementi di novità, presenta proprio l’eliminazione degli introiti pubblicitari per chi veicola notizie false, anche attraverso una trasparente sensibilizzazione delle aziende che finanziano l’advertising on-line e che spesso sono ignare di quanto i loro investimenti contribuiscano anche alla condivisione di informazioni pericolose. 

A questa azione si legano anche la riduzione del numero di bot e account falsi, la messa a disposizione degli utenti di migliori e più efficaci strumenti per riconoscere le notizie non verificate o quelle faziose di natura politica, il potenziamento dei mezzi a disposizione dei fact-checker indipendenti e dei ricercatori che accedono ai dati in possesso delle piattaforme.

Pur essendo la Rete una dimensione ubiqua e deterritorializzata, il livello di tossicità dei siti web e dei profili social varia da Stato a Stato e dunque l’Ue ha chiesto alle grandi piattaforme di fornire dati disaggregati e non globali. Ciò consentirà di calibrare al meglio le strategie nazionali di contrasto alle fake news, pur nello stretto coordinamento su base europea.

Direttamente collegato a questa battaglia per “bonificare” e rendere più sicuro, inclusivo, trasparente e affidabile lo spazio virtuale è il via libera definitivo del Parlamento europeo, nei giorni scorsi, al pacchetto unico digitale ideato per contrastare le pratiche sleali e l’abuso di posizione dominante delle big tech sui mercati e imporre alle grandi piattaforme on-line una maggiore responsabilità sul controllo e la moderazione dei contenuti.

Si tratta dei due pilastri della nuova disciplina europea del mondo digitale, il regolamento sui mercati digitali (Dma) e la legge sui servizi digitali (Dsa), destinati a produrre effetti, entro un anno e mezzo, anche nell’ambito del contrasto alla disinformazione.

Nel frattempo, i singoli facciano la loro parte. Come ha ricordato di recente Papa Francesco, le fake news generano divisioni e allontanano l’uomo dalla verità e dalla trasparenza. 
Con onestà intellettuale tutti gli operatori dell’informazione e gli attori del mondo virtuale favoriscano l’incontro con le notizie corrette, per consolidare la democrazia digitale nel rispetto della dignità delle persone.
Docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano 
e alla Lumsa di Roma

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