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Pio d Emilia
Pio d’Emilia

La battaglia di “Kill Bill” contro le misure anti Covid

di Pio d’Emilia
4 Minuti di Lettura
Martedì 6 Aprile 2021, 00:10

«È una questione di principio: le chiusure anticipate non hanno senso. O i locali pubblici vanno chiusi, e devono spiegarci una volta per tutte, dati alla mano, perché, oppure possono e debbono restare aperti, senza limitazioni, ovviamente con le dovute precauzioni. Che senso ha limitare gli orari? Questa buffonata deve finire, spero che il mio gesto dia la sveglia agli imprenditori di questo settore, e non solo in Giappone. Dove il numero dei suicidi è di gran lunga più alto dei decessi per Covid». 

Questo è vero. In Giappone il numero dei suicidi, da sempre molto alto, negli ultimi anni era calato. Ma da quando è iniziata la pandemia è di nuovo in preoccupante aumento, soprattutto tra le donne. A fronte di “appena” 9 mila decessi ufficialmente attributi al Covid, nel 2020, ci sono stati infatti oltre 21 mila suicidi, due mila in più dell’anno precedente. E questi primi mesi del 2021 segnano un ulteriore aumento.

Kozo Hasegawa, 64 anni, è un giapponese… disubbidiente. E non da oggi. Titolare di una catena di ristoranti, tra i quali spicca il famoso “Gonpachi” – a suo tempo ricostruito in studio per alcune leggendarie scene di Kill Bill, il capolavoro di Quentin Tarantino – ha sempre fatto di testa sua. E ha sempre avuto ragione, visto il successo della sua azienda, quotata in borsa e da sempre generosa distributrice di dividendi. Anche quest’anno, che ha visto la maggior parte dei ristoranti, nonostante ristori puntuali e generosi (fino a 600 euro al giorno, per tutti) precipitare in una crisi senza precedenti. Grazie al fatto che le chiusure in Giappone non sono imposte ma “consigliate” e che fino a qualche mese fa non erano neanche previste sanzioni (ora sono previste, ma nel frattempo è finito lo stato di emergenza) la Global Dining, la società di Hasegawa, non solo ha tenuto aperto fino a tarda notte i suoi locali (26, nella sola Tokyo), ma ha anche difeso e pubblicizzato questa sua posizione mediante una martellante, e, per certi versi, arrogante attività sui social.

Fino al punto da scatenare una guerra di tweet tra lo stesso Hasegawa, oramai soprannominato “Kill Bill”, e l’altrettanto determinata Yuriko Koike, governatore di Tokyo e secondo alcuni possibile candidata a diventare la prima premier donna nella storia del Giappone. Una guerra che alla fine di febbraio, quando a Tokyo ed in altre zone del Giappone era ancora in corso lo stato di emergenza, ha assunto forma legale. Il governo ha infatti modificato la legge – secondo gli avvocati di Hasegawa illegalmente, violando la Costituzione – prevedendo per la prima volta la possibilità di imporre la chiusura e una multa per chi non ottempera. Circa 2000 locali, a Tokyo, hanno continuato ad infischiarsene, ma a ricevere l’ingiunzione, sia pure amministrativa, sono stati solo 27. I 26 della catena Global Dining e un altro, di un piccolo ristorante che aveva pubblicamente sostenuto Hasegawa. Il quale è molto attivo sui social e dopo aver regolarmente pagato la multa (solo 4 giorni, perché nel frattempo è stato sospeso lo stato di emergenza) ha annunciato che avrebbe citato il governo per danni. «La nuova legge è incostituzionale, colpisce il principio della libertà d’impresa – ha scritto e ripetutamente rilanciato sulle varie piattaforme, – e inoltre multare solo 27 ristoranti su oltre 2 mila è un inaccettabile atto di discriminazione.

Non ho intenzione di subirlo senza far nulla». Dopodiché ha contattato un giovane, ma agguerrito avvocato e gli ha chiesto di far causa al governo. Che ora è ufficialmente iniziata e rischia di diventare una class action senza precedenti in Giappone. Anche perché Hasegawa ne sta facendo una battaglia di principio, dunque politica. Come cifra infatti ha chiesto appena 1 euro. «Non ho bisogno di soldi – dice – la mia società sopravviverà. Lo faccio per gli altri. Per tutti coloro che hanno perso, stanno perdendo, perderanno lavoro e dignità. Bisogna fermare questa follia».

I grandi media, dopo aver cercato di ignorarlo, lo criticano. Ma l’opinione pubblica è con lui. Ha già raccolto oltre 20 milioni on line, con le quali dice che pagherà le spese di giudizio ma organizzerà anche un centro di assistenza legale per tutti coloro che vorranno sfidare il governo. E promette fuoco e fiamme per le Olimpiadi. «Io volevo che le facessero, ho visto quelle del 1960 da ragazzino. Ancora mi commuovo quando ci ripenso. Ma stavolta è diverso: la situazione è quella che è trovo assurda questa testardaggine delle autorità. Le Olimpiadi non si possono e non si devono fare. Altrimenti sarà un macello. Per tutti». Beh, oddio, speriamo proprio di no.

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