Piero Mei

Il caso di Kamila Valieva/Olimpiadi sostenibili per la psiche di chi partecipa

Il caso di Kamila Valieva/Olimpiadi sostenibili per la psiche di chi partecipa
di Piero Mei
3 Minuti di Lettura
Sabato 19 Febbraio 2022, 07:41

Non sono più Giochi da ragazzi, o da ragazz* per scriverlo con la grafia del degenere del genere. Era uno dei mantra di Tokyo 2020, il cui palinsesto era stato imbottito di sport che facevano l’occhietto alla Generazione Z che abbandonava il telecomando e lo zapping.

Sono arrivate discipline accattivanti, come lo skateboard, il cui podio finale “puzzava di latte” come si dice a Roma, con la sua somma d’età che non faceva 40 anni; discipline antiche rigenerate dal far competere insieme maschi e femmine, messaggio di pari opportunità e di gender equality.

E Parigi 2024 avrà la breakdance, e Birmingham 2022, Giochi del Commonwealth, gli e-sports. Ma in questa modernizzazione, ecco spuntare i “mali” che stanno dilagando, per via pandemica ma forse non solo, nella gioventù di questo periodo: la salute mentale, la depressione generata dalle troppe pressioni, il bullismo.

I campioni che possono diventare loro malgrado modelli e guardati come divinità, in fondo sono ragazzi, spesso adolescenti o poco più. Prima valeva la tutela fisica: l’età degli olimpici veniva alzata in molte discipline per difendere la naturalità della crescita; spaventava la bambina Fu Mingxia, tuffatrice cinese, che a meno di 14 anni si tuffava da 10 metri con lo sfondo della Sagrada Familia a Barcellona ’92, le piccole ginnaste rumene venivano, si diceva, frenate nel loro esplodere naturale per mantenerle scriccioli di donna.

Sfuggivano altre discipline. E in generale sfuggiva la situazione. Ora non è più tempo di Mennea e del professor Vittori: Marcel Jacobs ha bisogno di uno staff, il bravissimo Camossi sì, ma anche il mental coach da chiamare dalla pista di Tokyo prima di salire sui blocchi; Simone Biles, la grande ginnasta aveva i suoi “twisties”, una specie di perdita di cognizione di spazio e tempo, sul tappeto del corpo libero; la tennista Osaka accendeva la fiaccola in Giappone ma anche i suoi fantasmi.

Il “Me Too” raccontava le sue vittime di abusi, come del resto il “Black Lives Matter” perché lo sport non è un’isola felice, semmai è un apripista di problemi e soluzioni. Adesso, a Pechino, s’è vista anche questa quindicenne Kamila, forse costretta a un doping inconsapevole, di certo bullizzata dal suo entourage per essersi piazzata “solo quarta”. Il presidente del Cio, Thomas Bach, è subito intervenuto: alzeremo l’età degli atleti. Sostenibilità ambientale, economica, ma anche umana. Lo sa Federica Pellegrini, che ha dovuto combattere con questi fantasmi. E li ha sconfitti, come ha fatto con quattro o cinque generazioni di avversarie

© RIPRODUZIONE RISERVATA