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Giovanni Castellaneta

Il party-gate/Il caso Johnson e le conseguenze per gli inglesi

di Giovanni Castellaneta
3 Minuti di Lettura
Martedì 7 Giugno 2022, 23:23 - Ultimo aggiornamento: 9 Giugno, 00:21

Lunedì sera a Westminster è sembrato di assistere alla replica di un film già visto. 
In realtà, colui che una volta era il “regista” in questa occasione si è trasformato nella “vittima” designata: è proprio il caso di dirlo, Boris Johnson se l’è vista brutta in occasione del voto di sfiducia richiesto da un gruppo di parlamentari conservatori.


Quasi una nemesi storica per il premier britannico, che tra il 2018 e il 2019 era stato artefice delle operazioni volte a “spodestare” Theresa May per poi stravincere le elezioni a dicembre 2019 e tenere fede – almeno a parole – allo slogan che lo aveva portato a Downing Street: «Get Brexit done» («portate Brexit a compimento»).
Quasi tre anni dopo, la situazione è però decisamente diversa rispetto a quella che Johnson si aspettava: Brexit è certamente realtà, ma è ancora incompleta (con i controlli sanitari alle dogane rimandati di un altro anno) e con il nodo dell’Irlanda del Nord ancora irrisolto e fonte di continue tensioni con l’Unione Europea.


La pandemia ha danneggiato l’economia britannica, privandola di quello slancio che – nelle intenzioni del governo Tory – le avrebbe consentito di perseguire strategie più dinamiche a livello internazionale. E gli scivoloni “casalinghi” del premier, in particolar modo lo scandalo del party gate, hanno assestato un duro colpo alla credibilità e al consenso interni nei confronti di “BoJo”, che ha perso oltre il 40% del sostegno da parte del suo stesso partito.
Il Regno Unito si trova dunque proiettato in una doppia crisi – politica ed economica – che sarebbe da scongiurare in un momento così delicato a livello internazionale. E che è giunta come un fulmine a ciel sereno, all’indomani del grande successo del giubileo di platino di Elisabetta II.


In effetti, l’instabilità e le debolezze interne non sembrano corrispondere all’atteggiamento attivo e propositivo dimostrato da Londra negli ultimi mesi. Certamente, ma non solo, con la finalità di distogliere l’opinione pubblica locale dalle questioni domestiche, Johnson ha assunto un ruolo di leadership nel guidare la risposta occidentale contro l’invasione russa dell’Ucraina.


Un atteggiamento che va ricercato nell’ormai consolidato antagonismo britannico nei confronti di Mosca (i casi Litvinenko e Skripal non sono mai stati dimenticati) e che ha permesso al Regno Unito di mettersi in luce sostenendo l’esercito di Kiev e varando sanzioni coraggiose contro la Russia. È innegabile che questa fermezza sia stata facilitata anche dalla bassa dipendenza britannica dalle importazioni energetiche russe, ma questa postura ha contribuito a rinsaldare l’asse transatlantico, ponendo definitivamente fine alle controversie tra Europa e Stati Uniti che avevano caratterizzato l’era Trump.


Una crisi di governo in Regno Unito sarebbe dunque poco auspicabile, in un momento in cui l’economia britannica stenta a ripartire sotto il peso dell’inflazione e lo scenario internazionale è caratterizzato da tensioni che sembrano riportarci all’epoca della Guerra Fredda. 
Tuttavia, con una maggioranza sempre più risicata Boris Johnson sembra destinato ad affrontare un “Vietnam” parlamentare in maniera simile a chi lo aveva preceduto. Se la trama di questo film sembra già vista, anche il finale rischia di essere un remake di quanto accaduto a Theresa May. I prossimi mesi saranno dunque determinanti per il futuro politico di Johnson, la cui salvezza potrà passare solo da un netto miglioramento dell’economia.

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