Luca Diotallevi
Luca Diotallevi

La proposta/ L'importanza di capire la questione Italia Centrale

di Luca Diotallevi
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Mercoledì 18 Maggio 2022, 00:41

Circa un anno fa, su questo giornale, si aprì una discussione con pochi o forse nessun precedente. Per diverse settimane si ragionò di “Italia Centrale” come questione di rilievo non locale, ma globale; e lo si fece davvero a “più voci”: imprese, sindaci, sindacati, vescovi, ricercatori, ed altre voci ancora. Nel frattempo sono successe alcune cose che consiglierebbero di riprendere e far progredire quel confronto. La prima di queste cose è l’attenzione alla “questione Italia Centrale”, che si è allargata a sedi propriamente scientifiche. Per far solo un esempio, si pensi a quanto prodotto ed a quanto in cantiere presso l’Aur (Agenzia Umbria Ricerche). Anche se non fa rumore, si tratta di un fatto importante. Anche economisti, sociologi, storici, urbanisti, scienziati del territorio ecc., trovano utile l’impiego di una prospettiva che mette a fuoco il quadrato Lucca-Pesaro-Pescara-Roma come una distinta realtà sociale.

Questo quadrato è una “rete di reti” (fitta ed aperta) nella quale la maggior parte dei nodi è costituito da città medie. Una adeguata attenzione alle città medie del Centro Italia dissolve il cono d’ombra che su di esse veniva proiettato se ci si faceva guidare solo dalle dimensioni “materiali” di Roma. Dissolvere questo cono d’ombra, qui sta il punto, non nuoce a Roma, ma, liberandola di un passato definitivamente tramontato, spalanca anche alla Capitale – oltre che all’intero Centro Italia le – porte di un futuro ancora possibile (un discorso in parte analogo andrebbe fatto per Firenze). D’altra parte, su questa possibilità di futuro grava il fatto di città medie dell’Italia Centrale ancora troppo piccole “fuori”, ma soprattutto ancora troppo piccole “dentro” (abituate a pensarsi e rappresentarsi in modo angusto). Proprio su questo sfondo, allora, uno dei fatti nuovi di questi ultimi mesi è che un altro dei nodi urbani “Italia Centrale”, Pesaro, ha portato a termine un processo di crescita istituzionale, di integrazione tra le amministrazioni locali di quell’area. Se integrare altre realtà amministrative esterne ha reso Pesaro più grande “fuori”, ancor prima intraprendere questa operazione ha mostrato che quella comunità era già più grande “dentro”. Qualcosa di simile era stato già realizzato da alcuni comuni della Romagna e a Pescara. Qualcosa del genere si sta tentando altrove ed incontra la giustificabile resistenza di ceti politici, economici, sindacali e finanziari che vivono del “vecchio regime”: si pensi al caso della “grande Terni” (sempre sul punto di decollare) e – in altre forme – a quello del conglomerato dell’Umbria Flaminia (Narni-Terni-Spoleto-Foligno) cuore della diagonale strategica dell’Italia Centrale (da Civitavecchia/Roma-Tiburtina a Falconara/Ancona).

In questi ultimi mesi ai già ingenti effetti del Covid si sono sommati quelli della guerra mossa dalla Russia all’Ucraina. Questi due eventi non hanno certo fermato e meno che mai invertito il corso e la corsa della globalizzazione. Si pensi solo al carattere globale degli effetti del Covid e della guerra all’Ucraina e ancor di più si pensi al carattere globale delle risposte che nell’uno e nell’altro caso stanno apparendo vincenti. Semmai Covid e guerra all’Ucraina stanno riprofilando la globalizzazione. Stanno (1) chiedendo nuova attenzione ai valori, ai problemi e ai rischi delle identità locali; stanno (2) richiedendo una più sofisticata e flessibile divisione internazionale del lavoro che tenga conto delle diverse qualità dei tessuti civili e dei rischi connessi a catene dell’offerta troppo ridotte di numero e troppo rigide (sicché assistiamo a processi di reshoring, di rientro di iniziative imprenditoriali in luoghi simili a quelli dai quali erano state delocalizzate); stanno (3) ridefinendo il primato dell’urbano, senza rimetterlo in discussione, e prospettando una maggiore sinergia tra centri grandi e centri medi (con tutto quello che questo significa per la riprogettazione delle reti che spostano cose, persone, servizi, conoscenze, che mixano telelavoro e pendolarismo). A ben guardare, ciascuno di questi tre processi aumenta di un poco le potenzialità ed il valore globale (inclusa la sua importanza per Ue e Nato) del quadrilatero Lucca-Pesaro-Pescara-Roma.

La quarta cosa nuova che è successa in questi mesi è in realtà qualcosa che non è successo affatto. I livelli nazionali dei partiti politici non hanno mostrato una particolare attenzione alla “questione Italia Centrale”. Le ragioni di ciò andrebbero approfondite con calma. Intanto, però, si può notare un paradosso. La larga maggioranza dei leader dei partiti nazionali (Meloni, E. Letta, Conte, Tajani, Calenda, Renzi, solo per citarne alcuni) hanno nel centro Italia le loro radici biografiche e politiche ed alcuni dei loro principali insediamenti elettorali. Il fatto, o per meglio dire il non-fatto, è che nessuna forza politica si è intestata la “questione Italia Centrale”.

Nel frattempo, la crisi dell’Italia Centrale procede. Istat e Banca d’Italia ce ne forniscono una dettagliata e tempestiva rappresentazione. Difficile trovare un dato che riassuma gli altri, ma forse è possibile indicarne uno che introduce alla lettura degli altri. Secondo la proiezione elaborata dall’Istat (intermedia tra le proiezioni più ottimiste e più pessimiste), in mancanza di fatti nuovi, nel 2070 l’età media delle popolazione residente in Italia Centrale sarà di 51,1 anni, ma con scarti ancora più significativi a livello regionale: quella della Lombardia sarà di 49,1 anni e quella dell’Umbria del 53,1 (uno scarto più che raddoppiato tra il 2020 ed il 2070). Questo dato aiuta a comprendere che per molto Centro Italia la alternativa è già quella di un decadimento, neppure troppo lento, in “area interna” depressa e abbandonata, una alternativa questa altrettanto realistica di quella positiva ed opposta che tuttora sussiste. Insomma, siamo ad un bivio.

La “questione Italia Centrale”, come tutte le grandi questioni del nostro tempo, non è una questione solo-politica. Ciò significa che la politica non può risolverla da sola, ma da sola può impedire che si risolva: sbagliando risposta, ma, e forse ancor di più, astenendosi dal prenderla in considerazione.
Durante quest’anno il governo Draghi ha tolto molte castagne dal fuoco ai partiti italiani. E lo ha fatto anche con riferimento alla “questione dell’Italia Centrale”. Basti pensare che ha rimesso tra le priorità nazionali (dalle quali il governo Conte l’aveva esclusa) la connessione ferroviaria Orte-Falconara, probabilmente la priorità tra le priorità in una realistica agenda per la ripresa dell’Italia Centrale.

Il governo Draghi può fare ancora qualcosa per l’Italia Centrale? Se è nell’interesse dell’intero Paese che le forze politiche nazionali comincino a competere anche avanzando soluzioni alternative in materia di “emergenza Italia Centrale”, Draghi una cosa potrebbe farla. Forse non sufficiente, ma certamente utile. Il governo Draghi potrebbe dare a questa emergenza “un indirizzo”, “un tavolo”, “un nome e un volto”. Potrebbe cioè istituzionalizzare il problema e costringere così gli attori politici a farci i conti. Un ministero, come nel caso del Sud, potrebbe persino essere controproducente, magari richiamerebbe appetiti impropri e verrebbe appesantito da fardelli burocratici a quel punto inevitabili. Diverso sarebbe il caso di una struttura agile ed autorevole presso la Presidenza del Consiglio che rispondesse direttamente a Draghi. Forse basterebbe a rendere permanente la attenzione pubblica alla “questione dell’Italia Centrale”, a mostrarne caso per caso i termini concreti, a rendere più costoso per i partiti ignorarla. Questa struttura potrebbe, tra le altre cose, implementare la qualità strategica della spesa del Pnrr destinata a quest’area e, per farlo, sarebbe opportuno che Draghi chiedesse a questa struttura di adottare quel cambio di logica che Draghi ha già mostrato nel caso di Roma, Napoli e Torino: cominciare dai Comuni e dai Sindaci. Questo incentiverebbe la aggregazione delle amministrazioni locali e ricaccerebbe indietro la tendenza delle Regioni ad agire come micro-stati, invece che come agenzie a servizio delle città.

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